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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Gordon Comstock è l'ultimo degli irriducibili.
Diceva "Eh, una volta ci si trovava giù al bar di usenet, si facevano due chiacchiere, si beveva un cicchetto. Adesso vi siete fatti tutti il blog, non scendete più in piazza, vi andate a trovare a casa uno con l'altro e vi offrite il tè. Siete diventati vecchi, tutti convenevoli e vecchi merletti."
Sarà anche così, Gordon, la vita va avanti. Non ci si può fermare. Stiamo al uebduepuntozero, non te l'hanno detto baby?
Epperò alla fine l'è istess. Quando una cosa è bella, è bella e basta. Come questo tuo vecchio pezzo che voglio mettere qui, anche se sta già là a imperitura memoria. Ti offro un nuovo pubblico, magari meno smaliziato. Fai che sia una sortita, un blitz, una ospitata come da Fabio Fazio.
Immaginati la Filippa che annuncia: Cari blogspettatori, ecco a voi: Gordon Comstock con uno dei suoi pezzi più belli: Wikka!

E dopo dieci anni rivivo di nuovo il revival. Ho riletto il pezzo e mi sembra ancora bellissimo, preveggente e, se possibile, ancora più attuale, mi fa emozionare e commuovere come la prima volta che l'ho letto. Ho aggiunto direttamente in coda il commento che Gordon aveva mandato in occasione del repost, chissà se avrà voglia di aggiungere qualcosa anche stavolta: non è su facebook - sempre irriducibile, ma proverò a stanarlo su twitter... Edit 29 agosto 2017

 - La voglio! La voglio! La voglio! - Con l'approssimarsi del Natale, il ritornello si era fatto sempre più insistente. Giorno dopo giorno, invocazione dopo invocazione, scoprivo in mia figlia una determinazione ostinata che ancora non le conoscevo. A volte mi sembrava perfino di scorgere in lei il riflesso di quella sottile perfidia che da ultimo avevo scoperto in Laura.
- Le ha già dato un nome, Gordon: l'ha chiamata Wikka! - azzardò Laura. Ciò che mia moglie non aggiunse suonava più o meno così: e se non gliela compri sei un gran figlio di puttana.
- Hai un'idea di quanto costa? - replicai stizzito.
- Se è per questo si buttano via tanti soldi ... Parli proprio tu, poi! Potresti almeno far felice tua figlia ... - almeno una volta, sembrò aggiungere silenziosamente. Già, come se fino ad allora le avessi lasciate vivere di stenti. Era un pezzo che Laura mi parlava in quel modo: il messaggio vero stava sempre nella frase muta. O forse ero io che stavo diventando paranoico.
- La voglio! La voglio! La voglio! -
In fondo avevo sempre saputo che non sarei riuscito a dire di no. Il lavoro stava andando bene, ed anche per quel Natale potevo permettermi di comprare la pace familiare. Ah, i soldi! Quale miglior difesa contro il mondo? Dunque. Per Laura il solito gioiello, l'invidia delle amiche avrebbe certamente compensato la mancanza di originalità, e forse anche di sentimento. Per me, quel nuovo set di ferri da golf: l'inserto in tungsteno prometteva miracoli, e in ogni caso non avrebbe certo peggiorato i miei score. E per Giulia, naturalmente, Wikka.

Non scorderò tanto facilmente l'espressione di Giulia la mattina di Natale, quando vide sotto l'albero la scatola con il logo Microfriends. Volò tra le braccia di Laura e la strinse forte, mi gratificò di un bacio frettoloso e cominciò ad armeggiare con la confezione. Laura la aiutava, e perfino lei sembrava sinceramente emozionata; più che per il suo rubino.
- Aspetta, aspetta! Dev'essere Giulia ad aprire la scatola! L'imprinting ... sono programmate per affezionarsi al primo volto che vedono -
- Ma, Gordon, è già ... accesa? -
- Viva, vuoi dire - corresse Giulia, piccata.
Beh, non esageriamo, pensai: la vita è un'altra cosa. Certo, Wikka non era una semplice bambola: era un sofisticatissimo bio-giocattolo. Di carne, e ossa, e sangue: poteva camminare, ballare, parlare... perfino pensare, dicevano; entro certi limiti, si capisce. Solo, non sarebbe mai cresciuta. Sarebbe rimasta per sempre una bambola quasi viva.
Giulia la estrasse dalla confezione con una delicatezza che mi sorprese, e se la pose in grembo chiamandola sottovoce per nome, dolcemente. Wikka per un po' sembrò non reagire, poi si mosse. Alzò lo sguardo verso Giulia, e, dopo qualche istante, le tese le braccia. Giulia la strinse a sé, e prima di piangere calde lacrime di gioia mi sorrise del sorriso più grande che un padre abbia mai ricevuto in dono la mattina di Natale.

Era incredibile. Davvero incredibile. Si muoveva come ... come un essere umano; solo, in miniatura. Poco mancò che Conchis, da brava messicana timorata di Dio, si facesse il segno della croce vedendola. Perfino Laura era incredula (è strano, mi sorpresi a pensare: non l'ho mai vista incredula).
Giulia ci tenne un breve corso sulle qualità di Wikka, anche più completo di quanto avesse saputo fare il negoziante, rilevai con orgoglio paterno. A poco a poco Wikka avrebbe imparato a fare cose sempre nuove, e forse anche a parlare. Era però importante interagire correttamente con lei, perché se trascurata o lasciata a se stessa non avrebbe imparato nulla e si sarebbe addirittura rotta; anzi, ammalata di tristezza, diceva il depliant. Ma Giulia giuro' che Wikka non sarebbe mai stata una bambina triste.
Bene, pensai, anche questa è fatta; soddisfatto, mi dedicai finalmente al mio nuovo set di ferri. Bilanciai tra le mani il ferro 7, e mi apprestai a mimare uno swing di prova proprio nei pressi della poltrona preferita di Zorba.
- Spostati, gatto, lasciami lavorare! - Ma Zorba, stranamente, non mi stava degnando della minima attenzione. Lui che fuggiva ventre a terra al solo veder apparire un ferro da golf, era immobile come una sfinge: stava fissando Wikka. Nessuno ci fece caso, ma per tutta la giornata Zorba non le tolse gli occhi di dosso, nemmeno per un istante.

Fu così che Wikka entrò a far parte della nostra famiglia. Giulia aveva occhi solo per lei. Non era pero' come ogni bambina con la sua bambola: Giulia era per Wikka una maestra attenta e premurosa. Si era ripromessa di insegnarle a parlare sul serio, anche se sapeva che non sarebbe stato facile. Su questo il contratto d'acquisto parlava chiaro: erano garantite le risposte random a frasi predefinite, e perfino una certa capacità di autoadattamento a situazioni-tipo, ma il linguaggio vero e proprio era una *funzione superiore*, e le *funzioni superiori* non erano coperte dalla garanzia.

Un giorno Wikka parlò. Parlò sul serio, voglio dire. Era notte fonda, e mi ero svegliato di soprassalto, senza alcun motivo particolare, i sensi subito all'erta. Tutto era silenzio. Mi alzai senza fare rumore: dalla camera di Giulia filtrava una debole luce. Giulia si stava rigirando nel letto, in un sonno inquieto. Wikka era seduta a cavalcioni del comodino e la guardava con una espressione stranamente matura; senza girarsi mi disse:
- Non è nulla. Solo una cattiva deframmentazione -
Non era la prima volta che sentivo Wikka parlare, ma questa volta non era più la bambola che diceva mammina-ti-voglio-bene-mammina quando veniva presa in braccio. Credo di essere rimasto a bocca aperta per un pezzo.
- Un cattivo defrag. Un brutto sogno - continuò senza nemmeno guardarmi.
- Quando si dorme il cervello rimette assieme tutti i pezzi, li riorganizza nell'ordine stabilito. Ma a volte, mentre vengono spostati, alcuni pezzi si attaccano tra di loro e con altri che non c'entrano niente, ed assieme riescono a saltare fuori e a costruire i sogni -
Si girò a guardarmi, un'espressione talmente seria che avrei voluto ...
Restai in silenzio, impietrito. Wikka lentamente tornò a guardare Giulia.
- A volte sono belli ma a volte sono brutti. Se i sogni sono brutti, e se succede quando sei sveglio, dicono che sei pazzo -
Capii che dovevo dire qualcosa.
- Anche tu fai brutti sogni, Wikka? -
Per un lungo istante rimase in silenzio, tant'è che pensai - sperai - di essermi immaginato tutto.
- Io sono sempre sveglia. Sì, forse sono pazza -
- Cosa ... cosa vuoi dire? Cosa diavolo... - Giulia si svegliò in quel momento.
- Papà! -
Mi sforzai di apparire calmo
- Un brutto sogno, tesoro, solo un brutto sogno - le dissi accarezzandole la fronte - Non è nulla; dormi, ora -
Wikka la abbracciò, e, come se fosse davvero solo una bambolina, le sussurrò all'orecchio con la sua vocina più dolce:
- Dormi, mammina, ci sono io con te -
- Oh, Wikka! -
- Ti voglio bene, mammina -
Giulia se la strinse al cuore, felice; il brutto sogno era solo un ricordo. Di sopra la sua spalla, Wikka mi guardava, seria.
Uscii nel corridoio. Un lieve strusciare contro la gamba mi fece sobbalzare: Zorba. Ci rifugiammo in cucina. Zorba attese paziente che scaldassi un po' di latte. Ma la mia mano tremava, e nel posare a terra la ciotola sparsi buona parte del latte sul pavimento. Zorba mi osservò con benevola comprensione.

[molti anni dopo .]

La cosa che più mi piace del golf è che ci puoi giocare da solo, provando la stessa gioia di quando, bambini, non si torna a casa finché non è davvero buio. E come un bambino conosce alla perfezione ogni angolo dei cortili di periferia dove si sbuccia le ginocchia in epiche sfide, il golfista impara a conoscere ogni palmo del percorso, insidia per insidia.
La buca undici, ad esempio, non è difficile. Non vi sono laghi pronti ad inghiottire le tue palline sino al giorno del giudizio, né maestose querce a sbarrarti il passo. E' un normale par tre di centocinquanta metri scarsi. Un ferro cinque è più che sufficiente per arrivare in green, ma devi evitare di rimanere corto, perché altrimenti vedrai la tua palla rotolare indietro ed indietro fino al centro di quel cratere di velluto verde scavato ad arte; e devi evitare di andare troppo a destra, dove ti attende la sabbia infida di un bunker.

- Vedi, Wikka, il vero problema della buca undici, credimi, è che viene prima della dodici, che è la più difficile - ma anche la più bella - del percorso. Questo ti porta a strafare: cerchi di strappare al campo quel risultato che temi di non poterti permettere alla dodici. -
Io le parlo, ma Wikka non può rispondermi. Non più. Non so nemmeno se comprenda le mie parole. Si muove lentamente, quasi con circospezione. Si guarda intorno senza vivacità, come assorta in meditazioni che ormai mi sono precluse.
- Proprio qui, una volta, col primo colpo la misi a due spanne dalla buca - Ero un principiante, e non so quale Dio mi guidò in un colpo del genere. - Ma mentre mi avvicinavo al green riuscivo a pensare ad una cosa sola: e se adesso la sbaglio? e se adesso la sbaglio? Beh, la sbagliai: da quaranta centimetri. E sai una cosa? Da allora, tutte le volte che arrivo a questa buca, tutte le volte mi ritorna in mente quel colpo sbagliato. Tutte le volte. -

Ci sono cose che rimangono impresse nella nostra memoria per sempre, con una chiarezza straordinaria. Da quando Wikka è tornata, mi sorprendo spesso a rivivere alcuni attimi di molti anni fa: come la mattina di quel Natale, e la felicità assoluta nel sorriso di Giulia. E, naturalmente, la notte in cui Wikka mi parlò con parole di ghiaccio. Quella notte ebbi paura. Paura di Wikka, e del rapporto così stretto che ormai la legava a mia figlia. Paura di sbagliare, qualsiasi cosa avessi deciso di fare. Come avevo sbagliato quella palla che pure era così facile, quella volta, sul green della undici.

Uno swing ampio e ritmato. Ben prima di colpire sento che sarà un buon colpo. E' così, infatti: la pallina schizza in alto leggera, contro il sole d'autunno che tramonta. Un istante dopo, strizzando gli occhi, la vedo sul green a pochi metri dalla bandiera. Wikka si volge verso di me e mi concede un sorriso.

Non sorrideva affatto quella mattina di molti anni fa, quando la portai alla sede della Microfriends, di nascosto da Giulia. Ero riuscito ad ottenere un appuntamento con un pezzo grosso del reparto tecnico, e sospettavo che Wikka ne conoscesse perfettamente il motivo. Dopo infinite discussioni segrete con Laura, quella era sembrata la cosa migliore da fare. Per il bene di Giulia, per il bene di tutti, ci ripetevamo. Ipocriti tutti.
Il pezzo grosso si rivelò essere poco più di un ragazzo, con tutta l'aria di uno stronzetto. Mi fece subito irritare parlando a Wikka con un tono così falsamente normale da suonare perfino offensivo in quella situazione. "Non è una stupida, brutto stronzo, diglielo che state per deprogrammarla, bruciare la sua memoria e farla tornare ad essere soltanto una bambola di carne".
Quello invece continuava a trattarla come ... come una bambolina sciocca. Non potevo sopportare oltre quella farsa; mi alzai e balbettai una scusa per uscire dalla stanza e lasciare che tutto si compisse lontano dai miei occhi.
Wikka si voltò verso di me e disse, semplicemente:
- Digli almeno di fare in fretta. Ti prego. Dì a questo stronzo di fare in fretta - Lui rimase a bocca aperta; e dire che gliel'avevo spiegato, il problema. Proprio uno stronzo. Gli girai le spalle disgustato:
- Andiamo, Wikka. Si torna a casa. Andiamo -

- Andiamo - Wikka torna ad accoccolarsi sul carrello, e ci incamminiamo verso il green. E' il tramonto di una splendida giornata d'autunno. L'ombra della pallina sul green sembra allungarsi passo dopo passo. - Dobbiamo sbrigarci, se vogliamo finire anche la dodici -
Giunti sul greeen, tolgo la bandiera dalla buca, butto un occhio alla traiettoria e tiro. La pallina sembra partire un po' troppo a sinistra, ed un po' troppo veloce: ma ad un tratto la vedo rallentare e curvare, curvare a destra, e curvare ancora, fino a cadere in buca come attratta da chissà quale forza ineluttabile. Come se il suo destino fosse già scritto nel regno dei cieli.

Forse anche il destino del mio matrimonio era già scritto. Laura un giorno se ne andò. Semplicemente.
- Sono innamorata - disse, con una serenità che non le conoscevo. Non rimase altro da aggiungere. Lui era più vecchio di me. Non era quello che si dice un bell'uomo; e non era nemmeno ricco.
Giulia andò via con Laura. Per lei fu un trauma senza rimedio. Non mi perdonò mai di aver permesso che sua madre si innamorasse di un altro. Il giorno del trasloco se ne andò senza voltarsi, chiudendo con troppa cura la portiera dell'auto; in quel preciso istante seppi che era uscita per sempre dalla mia vita. Wikka la seguiva silenziosa, conscia dell'importanza del momento; prima di salire in auto si voltò e per un attimo, cercando di non farsi vedere, agitò la mano per salutarmi. Speravo che l'avrebbe fatto, almeno lei.

Me ne andai anch'io da quella casa. Ne comprai una più piccola, sul campo di golf. Si affaccia proprio sulla buca dodici, appena dopo il laghetto dove trovano l'eterno riposo le palline poco fortunate. Dal terrazzo ombreggiato da una vecchia quercia si domina tutto il percorso della dodici, che scende dal tee a nord fino al fairway, assediato dal lago a destra e da un perfido boschetto a sinistra. Più avanti, il percorso è attraversato dal tortuoso fiumiciattolo che alimenta il laghetto. Dopo questo serpentello dalle sponde di sassi, una brusca curva a sinistra ed una ripida salita incorniciata da alberi secolari, su, su fino al minuscolo green che sulla sommità della collina si staglia contro le nuvole che sempre, in questa stagione, muovono da est. Se siete tra quelli che sanno mettere qualcosa di sé in ogni cosa che fanno, allora la pallina che si staglia alta contro questo cielo diventa un pezzo della vostra anima, che vola, vola e sembra potersi posare su quelle nuvole.

Dal tee di partenza guardo verso casa. Per molti anni l'abbiamo abitata soli, io e Zorba. Il vecchio Zorba ... Ormai disdegna il frenetico cinguettio che giunge dai rami della quercia, che pure sono così vicini; dal suo trono sul bordo del terrazzo preferisce contemplare la placida vita del laghetto. Giurerei che adora sentire il tonfo delle palline che cadono in acqua a disturbare le anatre.

C'è poco da fare: se non si vuole tirare un pitch prima del lago rinunciando così da subito ad un punteggio decente, bisogna rischiare un drive lungo e preciso. A voler essere prudenti bisogna mirare un po' a sinistra, perché sulla destra il lago invade il percorso con piccole insidiose insenature; ma non così a sinistra da spedire la palla nel boschetto. Decido di mirare esattamente in centro: alla peggio farò felice Zorba, che forse mi sta guardando dal terrazzo, alla luce dell'ultimo sole.

Wikka non sta guardando. E' seduta sulla panchina e sembra fissare le venature del legno, indifferente a tutto. Povera Wikka, cosa ti è successo?

Passavano gli anni. Giulia cresceva, e lei no. Per Giulia venne il momento di partire per il college. Forse portarsi dietro una bambola viva le sembrò una inaccettabile debolezza, una concessione ad un'infanzia che voleva a tutti i costi superare. Oppure il simbolo di un periodo della sua vita che voleva dimenticare.

Ero proprio sul tee della dodici quando Giulia comparve all'improvviso, un mese prima. I capelli sciolti al vento, Wikka seduta al suo fianco sul cart. Me l'affidò in un modo così sbrigativo da farmi sperare che in fondo si vergognasse di se stessa. La chiesi se si fermasse per cena. Rifiutò. Non volli insistere, e lei me ne fu grata. Ancora una volta, se ne andò senza voltarsi. Guardai Wikka. Piangeva. Non parlò mai più.

Uno schiocco metallico, e la pallina parte decisa; sembra farcela, ma poi prende a curvare inesorabile verso il lago. Un tonfo ed uno spruzzo. Guardo verso il terrazzo di casa, e credo di vedere una macchia nera scendere verso di noi.

Un'altra pallina; con calma, per dar tempo a Zorba di raggiungerci. Uno swing lento e morbido, e questa volta la pallina atterra laggiù in fondo, serena, lontana da ogni pericolo.
Un sole rosso sta incendiando la collina, il lago, il bosco e le figure sul tee della dodici: un vecchio uomo, un vecchio gatto ed una bambola viva che non sa più parlare. Ci incamminiamo insieme verso il green inondato di luce, percorrendo il manto rossastro di foglie che l'autunno sparge sull'inverno delle nostre vite.

wikka una bambola viva


Metto per prima la risposta che Gordon stesso mi aveva inviato perché trovo che offra alcune chiavi di lettura interessanti su come funziona la scrittura, da dove vengono gli elementi che compongono un racconto e come riesce a toccare le nostre emozioni.

Grazie a tutti per la lettura e i commenti. Come Bianca ricordera', e' stato scritto per IAS (molti anni fa, 1999) in tre diversi momenti e postato in tre diverse puntate, e infatti le differenze di struttura e di tono tra l'una e l'altra sono evidenti. Come quasi sempre, avevo iniziato senza neanche sapere come la storia si sarebbe sviluppata, e meno che mai come sarebbe finita. All'inizio era solo un esercizio per IAS: si trattava di scrivere un qualcosa dove figurassero dei richiami ai partecipanti di IAS. Infatti il nome Wikka non c'entra nulla con l'autentico significato del termine (singolarmente attinente, ma che all'epoca mi era del tutto sconosciuto), ma era un richiamo a tale Wakko Warner all'epoca frequentatore del NG, uno dei primi con i quali io - niubbo - avevo interagito. Allo stesso modo, Conchis era una messicana di un pezzo di Writer e Zorba un fake di Ombra... (bisognava pure arruffianarsi la cricca... ;-)) Come dicevo, i difetti sono molti: la evidente non omogeneita', qualcosa di palesemente superfluo o non funzionale alla storia, alcuni dialoghi, la punteggiatura spesso discutibile, a volte un eccesso di enfasi, l'eccessiva pomposita' della chiusa... ma di questo pezzo non riuscirei a cambiare una sola virgola: perche' io sono esattamente così, ho gli stessi difetti, questo racconto rispecchia fedelmente, nel bene come nel male, il mio modo di essere: io stesso non sono omogene ciclotimico, spesso dispersivo, a volte troppo enfatico, spesso privo di un vero progetto... etc. etc. Come e' nato il soggetto? A parte una mia vecchia fissazione fantasceintifica per soggetti para-umani, lo spunto è nato da un giocattolo che all'epoca era una novità: il Furby http://it.wikipedia.org/wiki/Furby Mi raccontarono di una ragazza che ne aveva uno in ufficio che "parlava" in continuazione. Mi colpi' il fatto che questa ragazza avesse detto con la massima naturalezza a uno che era appena entrato chiedendole qualcosa - Shhhht... finalmente sta dormendo! - esattamente come se fosse davvero vivo. Di qui tutta una serie di questioni: è sufficiente reputare qualcuno umano perche' lo sia? E come deve essere perche' noi possiamo ritenerlo tale? Se parla e' umano? Ma _cosa_ deve dire per _parlare davvero_ ed essere a buon diritto considerato umano? Ed è giusto/accettabile che una bambina ritenga umana la sua bambola? E come reagirebbe un genitore se la sua bambina si affezionasse troppo a una bambola? E che diritti ha una _cosa_ che parla? E perche' a un certo punto nella nostra vita *non si parla piu'*. Perche' non parliamo piu' *davvero*? E via dicendo... insomma, tutte quelle cose che si pensano mentre si guida la macchina se si riesce ad arrivare a quello stato di beatitudine che consente il pilotaggio in automatico con sottofondo di buona musica. Su tutto cio' una spruzzata di elementi reali biografici, piu' o meno aderenti alla realta' ma ad essa ancorati da una somiglianza oppure - il che poi e' lo stesso - da una differenza. Il percorso del golf (la descrizione delle buche 11 e 12) e' esattamente quello del vecchio percorso del Golf Club Brianza di Usmate -Velate prima della ristrutturazione, ed è vero che una volta quasi feci hole-in-one alle 11 e poi sbagliai da quaranta centimetri. E Zorba e' il mitico Sticus, molto piu' di gatto, prematuramente scomparso per felino immunodeficienza virale la stessa sera della proclamazione della prima vittoria elettorale di Berlusconi, ma dopo una vita intensa e avventurosa sempre vissuta da protagonista. Infine, quanto alla crudelta' verso essere senzienti o similsenzienti e' sufficiente - avendo il pelo sullo stomaco - di guardare su youtube filmati quali un Furby nel microonde http://www.youtube.com/watch?v=_lNfBZTz2xQ o altre schifezze similari commesse da gente il cui linguaggio non è molto piu' evoluto di quello della vittima. E come diceva un tale, * i limiti del mio linguuaggio sono i limiti del mio mondo*. Tanto per tornare, gira e rigira, sempre allo stesso concetto: le parole sono importanti. Grazie di nuovo per la lettura. gordon
gordon

Gli altri commenti al post

d.a.r.i.o.d il 01/12/07 alle 20:46 via WEB
Ecco, un brindisi per Gordon :-)

LaDonnaCamel il 01/12/07 alle 22:47 via WEB
Ho tenuto da parte una bottiglia di ottimo passito di Pantelleria: qui lo voglio Gordon, qui! ;)
(M'è scesa una lacrimina, come ogni volta:'-)

bartelio il 02/12/07 alle 21:04 via WEB
Grazie per gordon e per Benigni (emozionante!) :-)

LaDonnaCamel il 02/12/07 alle 22:43 via WEB
E' vero, emozionante!

quelluomo il 03/12/07 alle 11:28 via WEB
bellissimo!

sonouncantastorie il 03/12/07 alle 11:48 via WEB
Grande Gordon. Ma perché lui rimane in piazza e non viene a prendere un caffè da noi?

Gordon il 03/12/07 alle 14:47 via WEB
Ecchime :-) Saluti & baci a tutti!

Midnight_Raver il 03/12/07 alle 20:32 via WEB
Saluti e baci e quaglie con quattro zampe a te! ;)

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