testata camel

Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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lotta globale totale

Di questa foto non mi ricordo nulla, eppure mi sembra significativa. C’è questo incrocio di sguardi, anzi direi un flipper di sguardi, mio fratello che guarda mia mamma, mia sorella che guarda mio fratello, io che li guardo guardarsi e sorrido come se sapessi. E poi questa disposizione asimmetrica che fa un angolo di quarantacinque gradi precisi, e quella densità morbida di grigi e quei neri, gli scamiciati, i capelli gonfi.
Chi lo sa cosa ci aveva detto mio padre per farci sorridere così, son sicura che la foto l’aveva fatta lui, era un bravo fotografo, un appassionato e fino a un certo punto se le stampava anche da solo.

Il golfino a dolcevita della foto pungeva, questo me lo ricordo, era di lana cruda blu e non nero perché i bambini non si potevano mica vestire di nero. C’erano delle regole molto precise, era mia nonna che le stabiliva, regole stilistiche che servivano a far sembrare noi bambini goffi e fuori moda.
Quando andavo alle medie le mie amiche - quelle che mi volevano bene, me lo chiedevano come mai, visto che non ero povera, mi mettessi sempre dei vestiti che sembrano di qualcun’altra: essì che ero la primogenita, non avevo sorelle più grandi che mi passavano la roba. Non sapevo cosa dire e nemmeno sapevo come evitare che le altre - quelle che mi volevano male, mi prendessero in giro. Era un fatto che accettavo così come veniva, si vede che era destino.
Nemmeno so dire come mai mi cotonassero i capelli facendomi diventare ancora più alta di come già ero, così la compagna che stava nel banco dietro non vedeva la lavagna e mi dava delle gran librate in testa, per farmeli abbassare, si capisce, per farli diventare piatti. Si chiamava Sacchi Virginia, era bionda e aveva i capelli lisci come avrei voluto avere io, ma che colpa ne avevo se mi facevano la messinpiega coi bigodini? Io volevo essere come Sylvie Vartan e invece ero come Orietta Berti, magari un po’ meno robusta, vabbè, ma le tette quasi uguali. Indossavo già il reggipetto, me l'aveva fatto mettere la nonna e io un po' mi vergognavo, ma era un altro fatto ineluttabile che non dipendeva da me. Avevo un'altra compagna che mi dava delle gran pacche sulla schiena perché voleva sentire se ce l'avevo su, l'hai messo? mi diceva. Per forza, ero obbligata, non potevo non metterlo e la invidiavo, beata lei che era magra e piatta. Lei invidiava me che mettevo anche le calze di nylon col reggicalze e certe scarpe col tacco che erano state di mia cugina: avevo il corpo di donna ma l'anima bambina.

Loro mi facevano questo perché avevano l'ossessione che finissi preda di un malintenzionato, ma anche di un benintenzionato, si capisce: avevano il terrore che io incontrassi il sesso prima che fosse previsto, previsto da loro ovviamente. Loro chi? La nonna, la zia Mariuccia, la mamma e la tata, chi altri? Le donne della famiglia mi avevano spiegato tutto per tempo, con il dovuto anticipo. Poi sarà anche giusto fare le raccomandazioni a una ragazzina di prima media molto sviluppata che comincia a andare in giro da sola, magari va alle feste dove si ballano i lenti (in realtà i lenti non prima della seconda media) e ogni volta che mettevo un piede fuori casa, anche quando andavo a messa o all’oratorio, mi dicevano di stare attenta, ma me lo dicevano così tanto che poi, quando ero lì ci rimanevo anche male che non succedeva niente, insomma nessuno voleva strapparmi via le mutande come mi ventilavano ogni volta. Del resto, vestita come un sacco e pettinata come una massaia ero probabilmente al di fuori di ogni tentazione.
Poi non è nemmeno così, quando camminavo in strada capitava spesso che qualche sconosciuto mi seguisse e questa cosa mi faceva veramente paura, ma gli sconosciuti non contavano, si capisce. Contavano i ragazzi della mia età, al massimo un anno in più come gli amici del cugino della mia migliore amica. Quelli più grandi come gli amici dei genitori o quelli più piccoli come gli amici di mio fratello non contavano niente, non esistevano proprio, erano un fastidio molto seccante che avrei evitato volentieri, ma che per qualche strano motivo non mettevo in relazione con le raccomandazioni, come se fossero fatti separati, senza alcun nesso.

Io avrei voluto avere i capelli lunghi, soprattutto per potermi fare la coda di cavallo ma non potevo, mi dicevano che mio padre non voleva e io, tontolona, ci credevo. Ma figurati cosa gli importava a mio padre se avevo i capelli lunghi o corti, che manco si accorgeva quando mia mamma andava dal parrucchiere, e di questo doveva scontare pegno con grandi mazzi di fiori la domenica dopo.
Questo fatto era un bel mistero, perché anche a sentire i discorsi tra la zia Mariuccia e la nonna - parlavano l'alfabeto farfallino ma non sapevano che lo conoscevo anche io - a quanto pareva gli uomini non sapevano un bel niente di bellezza, era come se le donne non le vedessero nemmeno. E allora, che motivo c’era di essere tanto preoccupate? Se non ti guardano e non sanno niente, ma cosa vuoi che ti facciano?
Gli uomini vogliono solo quella cosa là!
Ma cosa? Cosa? Non lo dicevano mica cosa.
Infine tutte le questioni importanti erano in mano alle nonne e alle zie, in subordine alle mamme e alle tate: le interessate, o quantomeno io come soggetto sottinteso, non avevano alcuna voce in capitolo. Non che volessi, per carità, entrare in contatto prematuramente con una cosa così spiacevole come la descrivevano. Mi facevo dei ragionamenti però, mi dicevo cosa c’era da raccomandarsi, sconsigliare quando non proibire con tanta foga, se era una roba tanto brutta? E però si vede che invece qualche attrattiva la doveva pure avere, quella cosa là che gli uomini volevano e noi non bisognava dargli in nessun caso. A meno di essere sposati.
Ah bè, allora in quel caso diventava bella? No! bellina ma non bellissima, perché loro uomini la volevano sempre un po’ troppo, insomma di più di quando la si voleva noi. Dico noi ma intendo sempre loro, le nonne, le zie, le mamme e le tate. Son riuscite a tenermi sotto fino alla terza media e se tutto fosse andato avanti così sarebbe stato perfetto, ma l’imprevedibile che ci si mise in mezzo fu il '68 che cadde giusto durante il mio primo anno di liceo: io non me ne rendevo conto ma intanto dappertutto stavano succedendo cose, l'autunno caldo, il maggio francese, il rapporto kinsey, il libero amore, la rivoluzione sessuale, la ribellione, gli hippy, i capelloni, i Beatles vai a sapere.
Niente è stato più come prima, in due anni da zero alla lotta totale globale, ma queste sono storie che ho già raccontato altrove.
Ah, se avessero sentito quello che si dice oggi, che la donna ha diritto vestirsi come le pare, ha diritto di dire no, e no vuol dire no. Forse avrebbero scosso la testa, e chi lo sa cosa avrebbero detto la nonna e la zia nel loro alfabeto farfallino.

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