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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Questo è un post di novembre 2016, siccome qui la padrona sono io e mi serviva averlo presto qui perché è il prequel di una storia che si svolge in montagna, ho deciso di portarlo subito invece che aspettare il suo turno. Edit 10 settembre 2017

La montagna non mi è mai piaciuta e ho smesso di andarci non appena mi è stato possibile, comunque non prima che si completasse la metà della vita che ho vissuto fino a oggi, quindi ci sono andata un bel po’ di volte.
Ci ho pensato parecchio in questi giorni perché ho letto Le otto montagne, di Paolo Cognetti e ti consiglio di farlo anche tu non appena ti è possibile perché è un libro bellissimo, ma di questo ti parlerò domani.

 la montagna non mi e mai piaciuta

Questo libro mi ha fatto ricordare un sacco di cose di montagna e adesso ti voglio raccontare della casa che aveva preso in affitto mio padre da un falegname che si chiamava Corvi Battista detto il mort perché fabbricava anche casse da morto. Questo piccolo appartamento era al primo piano di una casa di pietra, proprio nel centro del paese e faceva anche angolo tra due vie strette, di quelle dove non batte mai il sole nemmeno d’estate, figurati d’inverno quando ci andavamo noi.
Si entrava da una porticina verde e si saliva una rampa ripida che faceva anche una curva: appena dentro c’era la cucina, quadrata con un tavolo di legno grezzo, le sedie dure di legno grezzo e la stufa detta “economica”, quella con gli anelli di ghisa che si potevano togliere per aumentare la potenza di fuoco e gli sportellini per mettere la torta. Il frigo non c’era e il burro si metteva sul davanzale della finestra. Non c’era nemmeno la teglia e la torta l’abbiamo cotta in una padella col manico lungo e siccome non ci stava è stata messa lì storta. Non ho mai mangiato in vita mia una torta di mele così buona anche se era venuta fuori più spessa da una parte che dall'altra.
Nel corridoio c’era un’altra stufa a carbone, detta propriamente “la stufa”. Verde scura, avrebbe potuto ricordare una di quelle fontanelle che ci sono a Milano se non fosse stato per lo sportello nero che si apriva coi guantoni e lo sportellino sotto da dove si vedeva il fuoco, detto spia.
Le due camere da letto avevano ciascuna un letto matrimoniale, uno per noi bambini e l’altro per la mamma e il papà. La cosa che mi ricordo bene di quella casa era il freddo e anche i salti che facevamo noi bambini sul letto alla sera, prima di andare a dormire praticamente vestiti, con i golfini e le calzamaglie rosse, io e mia sorella, e le ghette lunghe mio fratello.
La casa serviva per andare a sciare, ma ci andavamo solo io e mio padre, mia mamma no e i bambini nemmeno.
Mio padre passava tutto il resto del tempo a riempire le stufe col carbone e con la legna che Corvi Battista detto il mort ci vendeva: l’avevo sentito dire che alla fine della vacanza ci era costato di più il riscaldamento che l’affitto dell’appartamento. Non eravamo abituati al freddo, a Milano avevamo i caloriferi.
In quel paese invece non c’era quasi niente: un negozio a pian terreno della casa dove stavamo noi, che era gestito dalla sorella del Mort e vendeva il pane duro e il prosciutto cotto viscido e il formaggio locale con la crosta tutta sporca, nera che sembrava cacca, oltre alla puzza. C’era anche un bazar, e quel nome mi faceva sognare, mi aspettavo di trovarci un qualche tipo di arabo col cappello a ricami dorati e la nappina come quelli disegnati nella settimana enigmistica. Invece c’era un signore normale, cugino di Corvi Battista detto il mort, che vendeva un po’ di tutto tranne le cose da mangiare e la legna e il carbone. Vendeva anche il prete da mettere nel letto, una struttura di legno chiaro come una gondola o una pergola ricurva, dentro si poteva mettere un po’ di brace o delle candele o dei lumini, per scaldare il letto prima di entrarci. I miei genitori l’avevano comprato per la loro stanza, che era lontana dalla stufa, ma l’avevano usato poche volte perché dicevano che era scomodo. A dire la verità avevamo usato poche volte anche la casa, forse solo una o due perché mi ricordo che poi il capodanno siamo andati in albergo.

Forse eravamo poveri, forse invece benestanti: questo oggi non lo saprei dire perché le metriche sono cambiate. Quella casa con le stufe mi sembrerebbe da poveri, perfino lo scaldabagno andava a legna! Era un grande cilindro bianco con sotto uno spazio dove mettere i ciocchi da bruciare, uno sportello curvo con dentro il fuoco e ora che ci penso mi domando se fosse davvero così o se invece si tratta di una mia elaborazione fantastica perché mi sembra davvero improbabile, mi vien da pensare che per avere l’acqua calda si dovessero usare i pentoloni. Gli scaldabagni a legna sono mai esistiti? Non è che quella cosa che mi sembra di ricordare era il robot della pubblicità, or che bravo sono stato posso fare anche il bucato?

Eppure mi sembra di vedere la stanza a colori, il pavimento di legno grezzo, lo scaldabagno a sinistra della porta e poi il lavandino, di fronte la finestra con i vetri divisi a riquadri di legno scrostato, le tendine di pizzo che lasciavano entrare la luce abbagliante della neve, a destra il water e la vasca stretta, di quelle da stare seduti. Il bidet no, forse non c’era.
Se eravamo così poveri da dover stare in tre in un letto, in cambio avevamo la donna di servizio fissa giorno e notte e la portavamo anche in montagna, un lusso che oggi solo le famiglie più agiate si possono permettere. Ma forse allora già avere la casa in montagna era un lusso e io non me so rendere conto.
Questa signora un po’ sovrappeso che si chiamava Dora e faceva tutto, da svegliarmi alla mattina con la colazione, alla spesa fino alle pulizie e rispondeva anche al telefono, non aveva nemmeno un paio di pantaloni. Del resto io, mia mamma e mia sorella ne avevamo giusto un paio a testa perché era un capo di abbigliamento che normalmente non si usava, le donne portavano la gonna e lo stesso le bambine. Anche in montagna le donne del posto portavano la gonna, ma noi villeggianti invece portavamo i pantaloni da sci e dunque una sera siamo andati al bazar perché la Dora li doveva comprare.
Il cugino di Corvi Battista detto il mort aveva sciorinato sul bancone due o tre paia di pantaloni neri e marroni, da uomo perché da donna non ne aveva della misura giusta. Già solo a dire la parola sciorinare mi torna in mente quell’odore pizzicante che non sapevo definire, l’appretto delle stoffe nuove, le pigne e i rami che bruciavano nella stufa, gli zoccoli di legno resinoso allineati sullo scaffale, lo sai tu che cosa profumava l'aria di montagna?

Vicino agli zoccoli, che sembravano quelli dell'olandesina della pubblicità del detersivo, c’erano barattoli di latta, teste di vecchi con la pipa scolpite nel legno che facevano da portacandele, candele dette bugie, boccali intagliati col coperchio, falcetti di metallo col manico di legno, paioli di rame e di ferro e bottiglie di liquore alle erbe fatto lì. C’erano sicuramente tante altre cose di cui ignoravo l’uso e l'esistenza, casalinghi e giocattoli, scarponi e ciabatte e maglioni pesanti, la mia perlustrazione si limitava ai ripiani più bassi di quelle scaffalature a vista che arrivavano fino al soffitto, chi lo sa in alto cosa c’era.
L’uomo del bazar e la Dora discutevano e prima ridevano, poi lei si arrabbiava e poi facevano la pace e lei comprava i pantaloni. Una volta a casa passava tutta la sera a cucire perché andavano in qualche modo adattati, doveva togliere la patta e spostare la chiusura sul fianco e poi altre modifiche inutili perché non usciva di casa, faceva freddo, non aveva gli scarponi e non sciava.

(continua)

 

Commenti al Post: La montagna non mi è mai piaciuta


Piperita Patty il 25/11/16 alle 11:24 via WEB
Per qualche motivo mi ero persa la prima puntata, ma l'ho recuperata. I tuoi racconti sono sempre molto vividi, io invece amo la montagna e amo sciare, quindi mi hai messo un sacco di voglia. Mi piacciono tanto le vecchie case di montagna, nonostante siano notoriamente acciaccate, specie nelle tubature, ma non ne frequento una da anni. Per fortuna il condominio dove vado finge una qualche rusticità.

LaDonnaCamel il 25/11/16 alle 15:37 via WEB
Quella casa era una specie di catapecchia già negli anni sessanta e magari ci ho anche calcato un po' la mano ;-) chi lo sa cosa sarebbe ora! (grazie :-*)

 

 

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