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mio padre guidava una macchina a pedali

Paolo Cognetti, che è uno che scrive come mi piace e gli do retta, una volta aveva detto che la scrittura non è come il maiale, che si tiene tutto, ma come i crostacei, che si butta via molto per mangiare solo una piccola parte di polpa.
Negli ultimi anni ho scritto un romanzo e oggi ho deciso di postare qui uno dei gusci che avevo messo da parte, una piccola storia che non è poi entrata nel testo: siccome io non butto via niente la ritiro fuori ancora, anche certi fondi di armadio vengono buoni quando cambia la stagione, oggi fa caldo e forse è l'ora.

Il titolo "Mio padre guidava una macchina a pedali" l'ho messo adesso, non ho ritegno a confessare che questa storia prende spunto da un fatto vero, ma ci tengo a precisare che c'è stata una elaborazione fantastica, l'invenzione dei personaggi, non solo i nomi, certi tic, le parole e le azioni, insomma è una specie di docufiction: sono o non sono una post-modernista?

 

 

“Allora se tu fai i sedili ci penso io al telaio e alla trasmissione meccanica. Le ruote e i pedali li compriamo” disse Mino al suo amico Fausto Peregalli, detto Lucia per via della fabbrica di lampade. Aggiunse qualche particolare allo schizzo che aveva abbozzato su un tovagliolo e si versò l’ultimo goccio di barbaresco della terza bottiglia.
L’osteria Pane e vino stava in una traversa di via Jenner, una via sbieca, stretta, senza un lampione, senza marciapiede, senza altri negozi e portoni, un posto così desolato che c’era sempre la nebbia anche d’estate. Peregalli era amico del padrone, un certo Mosè, mai saputo se era un nome o un soprannome. Il locale era piccolo e pieno di quadri che aveva dipinto lui, paesaggi della bassa con una ruota di mulino in primo piano, o filari di pioppi con cieli che minacciavano tempesta. Li vendeva a cinquantamila lire e poi li rifaceva uguali, ci metteva poco. Aveva anche la passione per i vini, li andava a cercare nelle cantine del Monferrato o dell’Oltrepo o sui colli di Verona. Li imbottigliava lui e ci metteva sopra delle etichette dipinte a mano una per una, poi si sedeva ai tavoli con i clienti, che erano tutti suoi amici o così dicevano, e ogni volta si vantava di aver fatto la scoperta del secolo, altro che Veronesi. In cucina c’era sua moglie che preparava pochi piatti, sempre quelli a rotazione: risotto al tartufo d’Alba, polenta col capriolo, crespelle col sugo di lepre, pennette gamberi e zafferano.
“Le catene da bicicletta le ho già in casa, e i pignoni…” disse ancora Mino e si toccò il naso guardando un punto fisso che sapeva solo lui. Mosè non levava gli occhi dal tovagliolo pieno di righe blu, come ipnotizzato da quegli sgorbi indelebili sulla sua tela di fiandra rosa chiaro.
“Quello lì mettimelo in conto a me” saltò su Peregalli e prese a sfregarsi le mani.
“Cosa?” rispose l’oste sbattendo gli occhi come se fosse appena sceso dal letto.
“Mavalà” ridacchiò dopo un attimo grattandosi il barbone rossiccio, “ci mancherebbe altro. Omaggio della ditta”.
“Mino, cosa ne dici se gli faccio disegnare la capote dall’architetto Fagioli” continuò Peregalli mettendosi di traverso sulla sedia. Gli brillavano gli occhietti porcini, gli splendeva tutto il faccione rotondo. Potevano sfruttare l’idea per fare propaganda, gliel’avrebbe detto lui all’architetto di prevedere uno spazio sulla macchina per metterci i marchi, tutti e due o forse uno alla volta per le foto, avrebbero visto cosa stava meglio.
“Se ci metti il volante invece del manubrio, puoi aggiungere un posto per il guidatore, guarda” Cimminut - cioè Osvaldo Bianchessi - aveva tirato fuori la penna dal taschino della camicia e aveva aggiunto due o tre segni, poi aveva abbassato gli occhi, come per scusarsi. Mino lo guardò con ammirazione, “Te. L’ho sempre detto io: te sei un genio”.
Osvaldo faceva l’operaio alla Breda e aveva un talento pratico che rasentava il sublime, sapeva fare qualsiasi cosa presto e bene. “Se ghe vor? Cin’ minut!” diceva, e era vero. Una volta guardando la moglie che lavorava a maglia le chiese come mai girava i ferri in un certo modo. “Che cosa vuoi sapere tu” gli aveva risposto lei scuotendo la testa. Osvaldo non aveva detto niente, aveva comprato la lana e le aveva dimostrato che aveva ragione lui, aveva fatto un maglione alla figlia: bellissimo.
Le donne parlottavano tra loro dall’altra parte del tavolo: si sedevano alternati ma a un certo punto della cena qualcuno si alzava, qualcuno si spostava e finivano sempre per creare una linea di demarcazione ideale, il cicaleccio si acquietava, non occorreva più alzare la voce per sentirsi da una parte all’altra, coprendo il rumore. Parlavano di figli o di pellicce, in inverno, o di figli e costumi, d’estate. Gli uomini di pesca, d’estate, di caccia in autunno e di sci d’inverno. Di lavoro e di politica quasi mai. Quella sera avevano fatto un’eccezione per via dell’austerity che gli scocciava a tutti, per un motivo o per l’altro.
Fermarono la produzione per costruire il prototipo, o meglio il pezzo unico, in cinque giorni. Era tutto un via vai tra lo stabilimento di Peregalli a Cinisello e l’officina di macchine grafiche di Mino, a Niguarda. Di candidati pedalatori ne avevano anche troppi: per primo Osvaldo Bianchessi e Mosè e gli altri amici presenti alla cena al Pane e vino, quelli del circolo della caccia che l’avrebbero saputo, il capo officina e gli operai di Mino che avevano fatto gli straordinari per montare la macchina a pedali, per non parlare dell’architetto Fagioli. Era una sfida al governo che li voleva mettere a piedi - dicevano solo la domenica ma poi chi lo sa, o ai petrolieri che volevano speculare, o alla noia – chiudere i locali e finire le trasmissioni della televisione alle undici di sera, a letto con le galline: ma si può?
In realtà Peregalli tolse dalla linea solo un paio di uomini per fabbricare i seggiolini di finta pelle e la capote di tela. Lui avrebbe voluto uno stile tipo vecchia balilla, con un sedile davanti bello ampio dato che era un uomo grosso, per non dire corpulento. L’architetto non capì o chissà cosa aveva in mente quanto disegnò quella cosa che sembrava una coppola fatta di tela olona color crema, bassa davanti, appena un tettuccio sul guidatore e più spessa dietro sull’ultimo dei pedalatori. Gli aveva fatto venire il nervo quando l’aveva vista ma non c’era tempo, era già venerdì pomeriggio e la mattina dopo sarebbero venuti nel suo capannone per il collaudo. Mino invece aveva messo tutti sotto, aveva pure usato certi ingranaggi delle macchine da stampa, le bielle e la trasmissione, avrebbe ritardato le consegne ma in quel momento non gli importava. Oltre al progetto fece la maggior parte del lavoro: il telaio saldato ad arco che doveva essere bello robusto per sostenere il peso considerevole della forza motrice umana, il meccanismo della trasmissione che doveva essere efficiente, sai che fatica muovere tutto quell’ambaradan. I suoi operai erano contenti di fare lo straordinario, ci davano dentro e ci mettevano pure delle idee per migliorare i particolari della meccanica. Andavano da Mino e gli facevano vedere una modifica sui disegni, “io qui ci metterei un dado da otto” dicevano, oppure “perché non usiamo i blocchetti della Print invece di farli apposta?” Tra loro lo chiamavano l’Uomo, la maiuscola si sentiva nel tono della voce. Gli davano del lei, si capisce, ma usavano quel soprannome da quella volta, anni prima, quando lui in pizzeria gli aveva raccontato la scena del film, Il giorno della civetta, uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua. Erano quasi tutti calabresi tranne uno che era di Parma, ma anche se di siciliani non ce n’erano si vede che aveva fatto colpo. Lui controllava il lavoro ma se era il caso stringeva bulloni e avvitava viti, poi si puliva il grasso delle mani sui calzoni e Luisa glieli doveva strappare via di dosso per mandarli in tintoria, fosse stato per lui sarebbe andato in giro col completo grigio spadellato, non si rendeva conto.
Ci andarono tutti al collaudo, si fecero fare la foto ai pedali, Mino al volante e il cartellone con il logo davanti, al posto di un ipotetico cofano col radiatore a righe verticali e magari l’angelo sul tappo. La macchina era fatta di tubi verniciati di rosso, tutta aperta come un go-cart, quattro ruote di Lambretta e otto poltroncine imbottite messe in fila a due a due, mica sellini da bicicletta. Davanti a ogni sedile c’erano i pedali, bassi come una cyclette e raccordati con la catena doppia, il guidatore aveva un volante vero, messo in orizzontale come i camion, e un solo pedale per il freno.
La domenica si preannunciava grigia e fredda, con quel cielo piccolo che faceva tuttuno con i palazzi di cemento, senza orizzonte e senz’aria come in una cella frigorifera. Già da viale Fulvio testi si formò un corteo di biciclette, si aggregarono man mano tutti quelli che non erano ammessi alla propulsione del mezzo e anche un certo numero di riserve, con l’accordo di scambiarsi un po’ il posto, di fare i turni che ce n’era per tutti, non era il caso di litigare. Anche Mino e Peregalli fecero i turni, ma quello che non guidava stava in prima fila sulla macchina, non dietro in bici. A ogni incrocio si aggiungevano ciclisti ignoti, curiosi o gente che approfittava della mancanza di auto per andare a spasso. A vederli da lontano sembrava una tappa del giro, ma alla moviola perché andavan piano. Le persone a piedi si fermavano a guardare, intabarrati nelle sciarpe, i bambini correvano dietro alla processione, i vecchietti si toglievano i guanti per battere le mani. I vigili ridacchiavano sotto il casco di ghisa, facevano con la mano il gesto di circolare ma si vedeva che erano contenti.
Le mogli, chi le aveva, stavano nel mucchio dei ciclisti e lo stesso i figli.
La parata fu un successone, finirono in prima pagina sul Corriere di Informazione e sugli altri quotidiani del pomeriggio, ne comprarono decine di copie che poi restarono ammucchiate sul piano della cassa del Pane e vino e non parlarono d’altro per qualche settimana, raccontandosi a vicenda di nuovo le cose che tutti sapevano, prendendosi a pacche sulle spalle, complimentandosi con Mino per la riuscita dell’idea. Si fecero un bel servizio a colori nel cortile della fabbrica, ci stamparono i cartoncini col logo per mandare gli auguri di natale ai rispettivi clienti. E basta, la macchina rimase nel capannone di Peregalli per qualche anno, poi lui morì di infarto e i suoi eredi vendettero tutto in blocco, forse fu smantellata o venduta per ferro vecchio. Mino non lo volle nemmeno sapere.

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