testata camel

Della seconda media non ho nemmeno la foto di classe, anche se mi pare di ricordare al primo posto a sinistra della prima fila il grembiule nero allacciato davanti della Luparello Giuseppina, che siccome era ripetente sembrava grande come una adulta e un po’ più grande lo era, infatti quando scriveva alla lavagna faceva le enne uguali alle u e noi che eravamo ancora molto elementari non capivamo la sua scrittura. Pensando a come va la scuola oggi mi domando come mai l’avevano bocciata visto che era molto matura e si lanciava occhiate di intesa con la professoressa, occhiate che noi notavamo ma non capivamo.
In questi giorni si vedono sui media generalisti i video dei ragazzini che minacciano i professori, fini commentatori tracciano analisi sociologiche, psico-antropologiche, storico-politico-economiche e non c’è nessuno che non trovi il modo di dire la sua, soprattutto quelli che hanno un buon megafono per diffondere urbis et orbis le loro preziose opinioni.

Io non vorrei pontificare, parto dalla mia modesta esperienza e mi sembra di ricordare che i ragazzi maleducati e violenti ci sono sempre stati e i professori inetti sono sempre stati malmenati, poi ci sono episodi che hanno un certo significato all’interno di una situazione e che presi senza conoscere il contesto possono essere interpretati in modo molto diverso, mi viene in mente una storia autobiografica (*) di Bruno Bettelheim che al ginnasio aveva buttato fuori dalla classe un professore inesperto ed era stato sanzionato da una punizione molto leggera da parte del preside, che aveva compreso tutto senza che gli fosse spiegato niente, tantomeno mostrato il video clip dell'evento.
Senza difendere delinquenti che non conosco, ho l'impressione che la differenza sostanziale sia il modo in cui certi episodi oggi possono essere diffusi, la morbosità con cui vengono potenziati, travisandone i significati e ignorando le motivazioni e il contesto originali per soddisfare i peggiori istinti di chi li guarda. Potrei sbagliarmi ma il problema grosso non è l'episodio in sé ma l’uso che viene fatto della sua rappresentazione.

Confessioni di una che alle medie bullava i professori

(Nella foto io, mia nonna e mia mamma prima della lotta globale totale)

Confessioni di una che alle medie bullava i professori

Tornando alla qui presente poco di buono, in quella classe solo femminile di una media senza foto, un oscuro primo aprile di chissà quanti anni fa, per mia fortuna non documentato e per questo dimenticato anche dai presenti, mi sono resa protagonista di un fatto di bullismo verso tutti i professori della mattinata e non c’era uno smartphone che uno a filmare la scena.
Eravamo tutte brave ragazze, vivaci e studiose, a parte la Sacchi Virginia che mi picchiava forte i libri sulla testa per abbassare la cotonatura che mi veniva imposta dalla tata e le impediva di vedere la lavagna, questo è un fatto che ho già raccontato, regge tutti i fact checking che volete, provate a cercarla e chiedete a lei, il nome è di fantasia.
Queste brave ragazze prendevano sul serio gli stimoli che venivano loro offerti dal sistema scolastico di quell’epoca: la nuova media unificata era stata creata apposta per diminuire le differenze sociali, era una scuola nuova, obbligatoria e uguale per tutti, carica di buone intenzioni e rappresentava il top dell’innovazione pensato per sostituire le discriminazioni dei corsi precedenti: le commerciali destinate ai figli dei proletari e il ginnasio, per chi poteva permettersi di continuare a studiare.
Io ero entusiasta: alla lezione di applicazioni tecniche avevo imparato a cambiare la spina del ferro da stiro e non appena tornata a casa l'avevo fatto davvero, lasciando la tata con la bocca aperta e inaugurando la stagione di un femminismo che, piuttosto che allargare i diritti, intanto cominciava ad allargare i doveri, ma di questo è meglio parlare un'altra volta.
Per una ricerca sul latte, con la complicità della mia amica Valeria che aveva un registratore portatile a pile, avevo promosso una serie di interviste per portare in classe l’opinione dell’uomo della strada. Questa era stata un’idea straordinaria che ci aveva divertito un pomeriggio e fatto passare tutta l’ora di italiano senza interrogazioni. Mettevamo il microfono sotto il naso alle persone fermate per la strada con la domanda ”che cose ne pensa del latte?” e tutti non vedevano l’ora di dire cose buone e belle, a parte quel signore che avevamo dovuto cancellare perché aveva detto che del latte non pensava niente ma della guerra del Vietnam pensava che Nixon era un gran figlio di mignotta. Poi avremmo anche potuto tenerla perché l’abbiamo raccontata noi, abbassando la voce quando si arrivava alla parolaccia, ma eravamo ragazze timorate e conoscevamo bene i limiti: un conto è dire, verba volant, un conto è registrare, cioè fissare per sempre su un supporto riproducibile, registratio manent, avremmo pensato se avessimo avuto gli strumenti dopo un solo anno di latino.
Ma già da questo esempio si vede che eravamo brillanti e temerarie, i nostri insegnanti promuovevano il pensiero divergente e noi divergevamo ogni volte che era possibile.

Quel primo di aprile era stato progettato il giorno precedente, nell’intervallo. Non sono sicura se fosse completamente mia l’idea o se fosse germogliata spontaneamente del nostro solito gruppetto che pensava come qui quo qua, aggiungendo ciascuna un particolare alla trovata. L'idea era questa: sincronizziamo gli orologi e all'ora ics emettiamo tutte uno starnuto sincronizzato. Un effetto speciale molto originale che rispondeva allo scopo di far vedere ai nostri insegnanti che sappiamo fare una cosa tutte insieme, che sappiamo leggere l'ora, che sappiamo starnutire, e altro ancora che in verità non so, a dirla tutta non so niente del perché abbiamo deciso di farlo e dello scopo che pensavamo di ottenere, si vede che ci era sembrato divertente e allo stesso modo trasgressivo, ma non così tanto trasgressivo da essere paragonato al maggio francese che peraltro non c'era ancora stato, infatti si era in aprile, l'ho detto?

Alla mattina del giorno ics, primo di aprile di un anno imprecisato, mancava poco alla campanella, io e le mie sodali arringavamo le compagne, sincronizzavamo gli orologi e ci preparavamo per quella cosa che oggi si potrebbe chiamare Installazione, dieci anni fa performance, quella volta là bambinata. La peculiarità dell'atto era che doveva apparire spontaneo, non ci doveva essere nessun segnale, nessun direttore d'orchestra o capo rione, l'unisono era il nostro obiettivo.
La professoressa di lettere stava scorrendo il registro con gli occhi quando arrivò la cascata universale. Che sangue freddo quella donna! Mi ricorderò sempre come disse “Salute!” senza nemmeno alzare la testa, ancora la stimo per la sua capacità di tenere in pugno la situazione senza sopravvalutare la portata del gesto, ma senza ignorarlo, ci aveva fatte piccine piccine, riducendo a uno spruzzo di saliva la nostra eroica impresa. Una grande.
Non eravamo nemmeno troppo deluse per la reazione così misurata, eravamo state bravissime a calcolare il tempo, il gioco aveva funzionato alla perfezione, perché non riprodurlo con quella di inglese, alla seconda ora?
I bigliettini correvano anche durante il compitino a sorpresa di grammatica, tutte d'accordo.
E così fu fatto.
“Ragazze! Ragazze!! disse l'anziana professoressa, alzando le mani al cielo e scuotendo la testa. Evviva, anzi, è viva! Abbiamo riso e applaudito, ci siamo applaudite tra noi e già sapevano cosa avremmo fatto dopo l'intervallo, con la supplente di storia e geografia.
Questa era una signora corpulenta per non dire grassa, con la pelle unta e dei golfini verdi stretti che le fasciavano i rotoli di abbondanza. Non era la nostra insegnante anche se erano già due mesi che si era insediata e non lo sarebbe mai diventata: questo avrebbe dovuto suggerirci un po' di prudenza ma, caro lettore, noi eravamo delle ragazzine di seconda media brillanti e temerarie, l'ho già detto?
Per un caso fortuito il mio starnuto uscì leggermente precoce, una o due frazioni di secondo prima del resto della classe ma fu abbastanza. La proffia diede una gran manata sulla cattedra.
Noi, mute.
“Vado dalla preside!” sibilò scrutandoci una per una al di sopra degli occhiali.
Noi ferme immobili, sguardo basso, mani sul banco. Chi l'avrebbe immaginato.
“Adesso voi mi dite chi ha dato il segnale” continuò, sciabolando occhiate come i sette samurai, “altrimenti vi faccio sospendere tutte quante e vi faccio perdere l'anno.”
Il silenzio si tagliava col coltello, nemmeno un fiato. Non si sentivano nemmeno ticchettare i nostri orologi da polso, quelli che avevamo sincronizzato. Se ci fosse stata una mosca, non avrebbe volato per non disturbare.
Solo il rumore della mia sedia tirata indietro per alzarmi in piedi, la mia mano alzata, la mia voce, ma sono davvero io? È la mia voce che dice che non c'è stato nessun segnale, che avevamo gli orologi sincronizzati ma che se voleva per forza sapere di chi fosse stato il primo starnuto, per caso e non per convenzione, il primo era proprio il mio.
Molto più di un fiato ora attraversava l'aria, tutte quante ricominciarono a respirare. Tutte quante tranne me.
“Ti metto quattro,” aprì il registro e lo fece. Veramente.
Io, zitta, mi rimisi a sedere. E mi sembrava di vedere una macchia di sangue allargarsi sul petto del mio grembiule nero, come i Fratelli Bandiera e tutti i Partigiani, come Anna Frank, come Giovanna d'Arco e tutte le eroine che mi avevano preceduto, e anche gli eroi si capisce, come tutti quelli che avevano offerto il proprio petto al fucile e la propria vita per la salvezza della Patria: al cuore, Ramon!
Le mie compagne mi guardavano di sottecchi. Le avevo salvate dalla sospensione e dalla sicura bocciatura, si sentivano già meglio. Loro.
Io mi sentivo la fronte scottare.
Poi per fortuna la supplenza finì, la nostra amata “vera” professoressa di storia e geografia tornò e mi tolse il quattro.
Non era ancora arrivato il momento della lotta globale totale ma immaginati se qualcuno avesse avuto un telefonino per filmare la scena dall'ultimo banco.

 

 

(*) “un giorno il comportamento di uno dei nostri insegnanti, che aveva sempre irritato me e i miei compagni, e che era ben diverso da quello degli altri insegnanti di cui avevamo esperienza, mi provocò a tal punto che, senza pensarci sopra, lo afferrai per le braccia e, insieme a un paio di altri ragazzi, sollecitati dal mio esempio, lo spinsi fuori dell'aula. ”
Bruno Bettelheim. “Un genitore quasi perfetto”.

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"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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