testata camel

Ricomincia una nuova serie di EDS, gli esercizi di scrittura della Donna Camel. Sarà che la pubblicazione dei raccontini sui sensi ha fatto scalpore, sarà che son diventata più cattiva a inventarmi i paletti, sarà che i colori sono una traccia alla portata di tutti, la risposta alla chiamata alle armi è stata sorprendente: venti racconti al primo giro e poi sempre di più, così tanti che ne sono stata travolta.

Pubblico qui le mie due variazioni sul tema Dritto e rovescio e lo spiegone a seguire.

esercizio di scrittura il blues dei blu diritto e rovescio

Diritto e rovescio

Ho comprato un chilo di lana blu. E' un blu bello scuro, come il giaccone da marinaio che mettevi alle Porquerolles, quello che aprivi sottovento per farmici rannicchiare dentro.
Ho comprato anche i ferri del cinque, voglio farti un maglione pesante, che ti avvolga nel suo abbraccio come tu facevi con me.
Ho messo su i punti alla maniera della zia Mariuccia e ho fatto per prima cosa il bordo doppio per finitura dell'orlo, un diritto un rovescio, punto elastico, è un sistema speciale perché non si slabbri mai. Voglio fare un bel lavoro, che duri nel tempo.
Scambio il ferro e lavoro il rovescio.
Ho preso i ferri grossi, e anche la lana grossa, perché così il lavoro cresce più in fretta. Non ho mai pazienza io, non ho voglia di aspettare. Anche se non c'è da aspettare. Non c'è niente da aspettare.
Ma no che non ho fretta, non ho fretta io, non ho fretta che finisca. E' che lavoro solo quando lui non c'è, sai com'è.
Il dietro l'ho fatto tutto liscio, maglia rasata, un ferro dritto un ferro rovescio. Davanti ci metto due trecce. Sulle maniche no. Le maniche sono le più noiose, diceva la zia Mariuccia. Le lavorerò tutte e due insieme, così son sicura che vengono uguali. Aumento e calo a occhio, ci metto un po' di esperienza, l'insegnamento della zia e una forma di carta velina. La nonna faceva poco la maglia, era impaziente più di me. Ma la zia, che era sua sorella, era la specialista della famiglia, venivano da lontano a farsi insegnare da lei i punti più complicati. Già penso a quando dovrò chiudere il collo, come farò per far combaciare tutti i pezzi alla perfezione, come farò che lei non c'è più.
In qualche modo farò.
Ho messo su i punti un po' a occhio e un po' a spanne, ti ho misurato una volta, non ti sei accorto. La schiena, le spalle. Mi è piaciuto e ti ho misurato tante volte, ogni volta. Ora vado a memoria.
Ho preso le misure mentre tu stavi sopra, io sotto. Contavo le carezze e dopo, a casa, ho fatto il disegno su un foglio. I baci no, non li ho mai contati: mi sarei imbrogliata e avrei perso il filo.
Adesso conto i punti a diritto, devo stare attenta e non mi devo mai sbagliare, devo sempre sapere quando devo scavallare per fare la treccia.
Ho comprato un chilo di lana e ho controllato bene che tutti i gomitoli fossero dello stesso bagno. Blu è blu, se non leggi quel numero sull'etichetta non noti la differenza. Se non ci fai caso le cose ti sembrano uguali, anche davanti alla finestra sembrano uguali, poi li lavi una volta e vedi la riga.
La riga dell'orizzonte che separa i due blu. Io mi infilavo dentro il giaccone, mi facevo piccola, mi incastravo sotto l'ascella. Tu ridevi e m'avvolgevi.
Adesso una riga di rovesci. Sembrano catenelle che camminano, una dentro l'altra, tic tac tic tac. La zia Mariuccia lavorava così veloce che non si vedevano le dita, sentivi soltanto il rumore tic tac tic tac. Tac tac tac la catena dell'ancora quando scende giù in fondo, se sei bravo si stende, bisogna andare indietro alla velocità giusta, se vai troppo piano si ammucchia ma se vai forte si strappa.
Qualche volta anche noi siamo andati troppo forte e si è strappata.
Scambio il ferro e riparto col diritto.
Quando si sbaglia a fare l'ormeggio, l'unica è tornare indietro, tirarla su e rifare da capo. Non si può aggiustare, si fa solo peggio.
Mi dispiace.
Quando questo bel maglione sarà finito te lo porterò in ufficio, oppure lo lascio in portineria. Forse ci metto un bigliettino. Farò un pacchetto, prima la carta velina e poi la carta da pacco blu. Ci metto anche un nastro. O forse no, ci metto un pezzo di scotta, la posso andare a comprare da Osculati, ci vado domani, così lo saprai.
Non so.
Forse no.
Ho comprato un chilo di lana blu, tutta dello stesso bagno, ho comprato anche i ferri del cinque e ho lavorato quando lui non c'era. Ho fatto il dietro e mezzo davanti. Con quella che avanza ti faccio una sciarpa e forse un berretto col pon pon.
E' sempre bene comprarne un po' di più. Con quella che avanza si possono fare altre cose, ma se sei scarso, se sei tirchio e ti finisce sul più bello avrai lavorato per niente. E' difficile poi trovare lo stesso bagno. Le cose finiscono e bisogna pensarci prima, bisogna essere preparati a tutto. Bisogna anche essere generosi e non lesinare. La lesina è per il legno e non per la lana ma è lo stesso. Lo dice anche il detto, poca cima poco marinaio. Io poi mi dò troppo, ma questo è un altro discorso.
Scambio il ferro e vado di rovescio.
L'amore è una catena, chissà perché il rovescio lo odiano tutti. Sarà che i difetti si notano di più, il diritto è pieno di spighe e il rovescio son solo catene. Intanto intreccio questa bella lana, è morbida e calda, penso alla pecora che l'ha indossata prima di te. C'è dentro anche un poco di cashmere, che invece è una capra, che viene da lontano. Cioè, la capra sta là, non viene, è la lana che viene qua, lei sta là tutta nuda, poverina.
Non è vero che non ho fretta. Non vedo l'ora di finire questo bel maglione. Non vedo l'ora di vedere te, più che altro. Però ti posso chiamare, non c'è mica bisogno di aspettare.
Va bene martedì?
Intanto, saprò tenere il segreto.
Scambio il ferro e riparto col dritto.

Diritto e rovescio again

Dedicato a Hombre

Lui giocava bene a tennis. Aveva fatto anche la scuola al Brallo quando era piccolo. Per tre anni di fila. Aveva un rovescio fortissimo, glielo dicevano tutti e lo sapeva anche lui, lo sapeva bene. Aveva un servizio niente male, sotto rete se la cavava, il dritto era scolastico ma efficace. Giocava bene a tennis però non riusciva mai a battere suo padre e ci pativa.
Suo padre era un uomo massiccio, più stagno che grosso. Era capace di fare tre ore filate in singolo e poi aveva ancora fiato. Giocava un tennis autodidatta, faceva girare il braccio come un mulino, abbassava il busto come se si inchinasse, correva come se pattinasse. Ricordava un po' Mussolini nei vecchi film Luce, per come piegava le gambe e ruotava il bacino. Poi io non so, non me ne intendo. Di fatto, le prendeva tutte e le ributtava di là, molli.
Lui andava sotto rete, mitragliava dei tiri tremendi che lasciavano il buco per terra. Suo padre li prendeva tutti e li mandava là in fondo, ma dentro.

D'inverno suo padre affittava il pallone. Era uno dei primi campi coperti, entravamo nella doppia porta curiosi di vedere se si sgonfiava. Lo faceva per stare un po' insieme, diceva. Io non lo so perché voleva che andassi a vedere, non era un bello spettacolo. No che non lo era. Suo padre lo batteva senza mai smettere quel sorrisetto, così adulto sulla sua faccia di adulto, e lui si arrabbiava. Quando sbagliava lanciava la racchetta sulle pareti del pallone, il più delle volte era un doppio fallo d'impeto per tentare una rimonta in attacco. Oppure sparava la pallina sul soffitto con tutte le sue forze, urlando come un babbuino. Una volta ha tirato l'orologio come se fosse una pallina: gli si era slacciato distraendolo e gli aveva fatto perdere un vantaggio. Era un bell'orologio, un Seiko che gli avevo regalato io, non è che mi ha fatto piacere.
Adesso direi che è un sintomo, una chiara espressione di una patologia in atto. Allora pensavo fossero capricci. Certo non gli piaceva essere schiacciato come un moscerino, gli restava il segno delle suole sulla faccia per una settimana, praticamente non gli passava mai, visto che giocavano tutti i lunedì.

Ma come poteva accadere? Lui era giovane e forte, aveva anche fatto la scuola e poi ci teneva, ma com'è che ogni volta le prendeva dal vecchio? Diceva che suo padre era disonesto. Non so come si possa imbrogliare a tennis, o meglio, adesso che ho letto un po' Agassi lo posso immaginare, ma ai tempi non lo sapevo.
Poi, al ritorno, correva come un matto, bruciava i semafori, faceva le curve con due ruote alzate. Appena arrivati a casa, vomitavo.
Per fortuna io a tennis non potevo giocare, ci vedevo male. Avevo provato con le lenti a contatto ma era lo stesso, non ne prendevo una. Poi, con tutto quel sole dopo dieci minuti mi girava la testa, diventavo rossa e buttavo fumo dalle orecchie. Ovviamente non valeva la pena di spendere i soldi per il campo invernale, con quello che costava. Mi avevano prestato una racchetta bellissima, tutta blu. Era di sua sorella, lei aveva smesso. Lui mi tirava la pallina proprio lì, nel punto giusto, ma che ci posso fare se mi scappava da ridere e non la prendevo, ero sempre fuori tempo o fuori luogo o tutteddue, non ne prendevo una. L'unica cosa che mi piaceva del tennis era il gonnellino.
A un certo punto ho chiesto la dispensa. E' vero che poi ci rimettevo una cena ma non ce la facevo a vederlo così. Vacci tu a cena dai tuoi, gli ho detto, così smaltisci la rabbia e tua madre è anche più contenta di non vedermi. Tanto io ho il mio lavoro a maglia. Ma questo l'ho solo pensato.

La Citazione

"Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la sua situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I normanni bevevan calvadòs.
Il Duca d'Auge sospirò pur senza interrompere l'attento esame di quei fenomeni consunti.
Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I normanni bevevan calvadòs."

I fiori blu, Raymond Queneau

Perché ho citato I fiori blu? Perché è bello, senza nessun altro motivo. Leggi Queneau e ti troverai bene. E' anche il nume tutelare degli EDS, non dimenticarlo! E l'EDS finisce lunedì sera, ma intanto è arrivata anche Melusina, questa volta stiamo battendo tutti i record! Olè! (Non cito Alice Munro perché tanto da adesso la citeranno tutti, questo non toglie.)

Lo spiegone

Oggi è il primo ottobre. Quando ero piccola io era anche il primo giorno di scuola. I bambini delle elementari che cominciavano la scuola quel giorno lì venivano chiamati anche remigini, non per colpa di Memo Remigi - che era pur sempre un cantante che andava in voga all'epoca - ma per il santo di calendario, protettore di questa giornata quando portavo le calzette rosse e forse ancora oggi, difatti la riforma del calendario Giuliano era stata fatta un po' prima.

E allora, cari i miei remigini, quale giorno migliore per rimettersi a lavorare sulle parole?
Applaudiamo gaudium magnum l'uscita del nostro bel Quaderno degli EDS, di cui andiamo fieri, ma poi rimettiamolo in cartella e cominciamo un nuovo lavoretto.

Prendiamo il sussidiario alla pagina Wikipedia e leggiamo insieme:
La parola blues deriva dall'espressione "to have the blue devils" (letteralmente: avere i diavoli blu) col significato di "essere triste" e per questo motivo, nella lingua inglese il colore blu viene comunemente associato alla sofferenza, alla tristezza e all'infelicità.

Dunque, visto che oggi siamo molto allegri e io sono molto sadica, ho deciso che dobbiamo scrivere di qualcosa di blu, essendo blu sarà un po' triste, o forse malinconica, ma senza motivo, cioè è triste perché è blues. E siccome è blu e blues, dovrà ripetere qualche nota come spesso succede. Il ritornello, il tema, il reef. La ripetizione è fiore più odoroso della retorica, dicevano tutti e due i miei migliori amici, e se non basta l'ha detto ieri Paolo Nori e dunque lo dico anch'io, ma dico anche: statento! usa la ripetizione con moderazione, si fa presto a rovinare tutto esagerando, vien fuori una macchietta e nemmeno la candeggina poi, ipoclorito di sodio e perborato stabilizzato!

EDS Il blues del blu
Umore triste, colore blu
Mettici qualche ripetizione ma ben misurata
Scrivi nel tuo blog e poi dillo a me

 

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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