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esercizio di scrittura eds arancione del grande cocomero

Scrivi un racconto sincero, coloralo di arancione nel tuo blog, mettici uno scherzetto divertente, ma anche una canzone tropicale, che dentro ci sia almeno un animale, un po' di umorismo se puoi e, se ti piace, se no pazienza e pace.

Prima i racconti, anche stavolta ne ho fatti due, poi lo spiegone completo.

 

Condomini

Dedicato a Dario

- Hai piantato i pomodori?

Mia sorella mi tiene monitorato il terrazzo anche meglio di me. Ogni volta che passa a trovarmi, se non piove esce a dare un'occhiata distratta, ma vede tutto, si ricorda di tutto.

- Non li ho mica piantati io, pensa che son venuti su da soli.

- Ah, ma davvero. Tu sei l'unica a Milano che invece delle erbacce le crescono i pomodori.

Eh. Puoi anche non crederci ma è così.

Tutto è cominciato la settimana scorsa. Appena entrata nel portone, la signora Bianchi mi si è parata davanti, mi ha presa per un braccio e mi ha spinta verso le caselle della posta.

- Quale sceglie?, mi fa.

Io stavo per dirle che è vent'anni che abito qui e che la mia casella è sempre stata la numero 25, l'ultima in basso a destra, non vedo il motivo per rivoluzionare un'abitudine radicata, anche perché ho perso la chiave da subito e la casella è sempre aperta, sa, i miei figli così possono... seguendo il suo sguardo mi rendo conto che non sta fissando le caselle ma tre larghe strisce di vernice sulla parete a fianco.

- Arancione?, faccio io, toccandomi il naso. Dobbiamo far ritinteggiare l'androne, i pianerottoli e le scale. È stato deliberato nell'ultima assemblea, approvato il capitolo di spesa malgrado il mio voto contrario. S'era detto un colore chiaro, neutro. La nostra è una via angusta, entra poca luce, il portone è stretto e l'androne grigio, lasciamo acceso il neon anche di giorno.

- Ma no. Non vede? È salmone.

Mah. Sarà. A me sembra arancione. Provo a immaginarmi di entrare nel portone con le pareti così scure. Mi sale l'ansia, sembra una balera degli anni sessanta, coi separè di velluto a coste e la moquette psichedelica sui muri. Cioè, come mi immagino che fosse, io negli anni sessanta andavo alle elementari, non nelle balere. Ma tanto, per quel che conto io.

- Non si può fare lo stesso colore di adesso? Insisto. Già che devo pagare una cosa che non mi serve, che almeno non mi disturbi troppo. Che non turbi la sicurezza delle mie consuetudini. Vorrei che tutto restasse più o meno uguale, abito in questa casa da vent'anni, in questo quartiere da quaranta, i cambiamenti irritano la mia tranquillità. Per favore.

- Ne deve scegliere uno di questi tre, che sono stati proposti dai consiglieri. Io preferisco il primo, salmone con riflessi rosa pesca. Giannini del terzo piano ha detto che è troppo scuro e vuole il secondo, albicocca dorata, Rossi non è ancora tornato. Quello sotto, carota cruda, non l'ha ancora scelto nessuno, Marelli invece...

- Io sul salmone ci preferisco la mayonese, dico voltandomi verso l'ascensore. Facciano come credano. Tanto.

- Allora cosa scrivo?

- Scriva quello che le pare signora. Ma il pesce non mi piace, mi dico tra i denti.

- Ah. Posso dire che ha scelto il salmone con riflessi pesca? E si ricordi di pulire la gronda. Aggiunge quando ho già chiuso la porta dell'ascensore. Cheppalle, la gronda. Sbatto gli sportelli interni con intenzione, per fare rumore. Ho la scusa che chiudono male. Avrà capito che ho sentito?

Poi non sono capace. Anche se faccio finta di non sentire, il senso del dovere lampeggia come un neon, come l'insegna della salumeria che è diventata un kebab. Lo so da me che devo pulire la gronda. È piena di foglie, se viene a piovere un po' forte straripa, se straripa si macchia il soffitto del negozio del barbiere qui sotto e poi me lo fanno pagare. L'assicurazione l'ho dovuta disdire. Insomma. Che palle la gronda.

Domenica mattina mi sveglio piena di buoni propositi. C'è il sole. Oggi pulisco la gronda, è deciso. Ma prima mi faccio una sontuosa colazione, yogurt magro alla pesca con i bei pezzettoni dentro che sembran veri, caffè nero e una fetta di pane integrale tostato appena appena. 210 calorie in tutto. Poi non è vero che il pesce non mi piace. Non mi piace se mi voglion far fare quello che non voglio fare. Pulire la gronda per esempio. È un mestiere fastidioso. Però lo faccio. Ma prima... No, niente. Lo faccio. Subito.

Sono appena le otto, si sentono gli uccellini cinguettare ma non si vedono, stanno infrattati sulla grande magnolia del giardino di fronte. Qui da me, con tutte le mie belle piante, non si posano più, quelli che l'han fatto son finiti in bocca a Strillo. Nemmeno i piccioni vengon più e non mi dispiace affatto. Metto in tasca un sacchetto della spazzatura e il player Mp3, appoggio la scopa e la paletta alla ringhiera e avvicino una sedia per poter scavalcare. Che lavoro noioso. Metto su le cuffiette e mi accorgo che la pila è scarica. Alzo gli occhi al cielo per protestare col dio dei giardinieri e noto che tutte le finestre sono chiuse. Le tapparelle abbassate. Dormono tutti al calduccio. Bravi. Io invece a metter le mani nella palta della grondaia.

La vita è ingiusta, penso. Che mi si faccia compagnia almeno.

Nel ripostiglio del terrazzo c'è lo stereo portatile. Lo attacco alla prolunga, le pile non le ha nemmeno più, chi lo sa quando l'abbiamo usato l'ultima volta. C'è un CD nel lettore, non guardo cos'è perché io adoro le sorprese. Spingo il cursore del volume al massimo e play. Salgo in piedi sulla sedia e parte Bob, no woman no cry esorta. Ci hai ragione, penso scavalcando la ringhiera. Striscio sul cornicione piegata come una mondina, affondo una mano nelle foglie umide e riempio il sacco nero che tengo tra le ginocchia, con l'altra resto agguantata alle sbarre. Una mano per te e una per la barca, penso. Non guardo giù, anche se è solo un piano mi sento un po' esposta, e poi non c'è l'acqua, sotto, ma l'asfalto e le macchine parcheggiate. Strappo erbacce a ritmo, raccolgo gusci disabitati di lumache, la canzone ricomincia e sento sbattere qualche finestra, lassù. Mi viene in mente una cosa. Ecco perché l'avevo messo nella roba da buttare, questo apparecchio sa suonare solo una canzone.

Intanto mi pungo con un'ortica, no woman no cry mi ripete Bob. Ma no, dai, per così poco, lo rassicuro. Vicino alla griglia dello scarico le piante sono alte mezzo metro, c'è un cespuglio di miseria, c'è un soffione, c'è perfino un arbusto con dei fiorellini gialli. Ha dei frutti attaccati, o bacche, o pomodori. Pomodori? Pomodori. Lo metto da parte con le radici e tutto, lo pianterò in un vaso.

Sento suonare il campanello della porta ma non aprirò. Non sono in casa, tecnicamente non sono nemmeno sul balcone, sono fuori dalla mia proprietà, no woman no cry.

Poi non sono così stronza e alla fine ho spento, saranno state le nove, nove e mezza. Le dieci al massimo. Ho fatto su due sacchi pieni di erbacce e foglie morte, è un lavoro lungo.

Lunedì ho anche telefonato all'amministratore. Gli ho detto che se arancione deve essere, non siamo timidi, osiamo. Voto carota cruda. Ha detto che mette una buona parola con la Bianchi.

 

Pronto soccorso

Avevano chiamato l'ambulanza per precauzione, così gli era stato detto, ma Filippo non si sentiva così malato da doversi sdraiare. Aveva litigato col barelliere e alla fine erano giunti a un compromesso, sarebbe sceso fino all'auto con le sue gambe, ma si sarebbe sdraiato durante il tragitto verso il pronto soccorso.
Era andato giù lungo e il suo capo non aveva voluto assumersi la responsabilità, intanto vai a farti vedere, gli aveva detto, quando mi porti il foglio di guarigione ti riammetto al lavoro. Lui aveva alzato le spalle, era stato incosciente per pochi minuti, che sarà mai. Un calo di zuccheri per via della dieta feroce, l'ennesima. Non stavano nemmeno sui ponteggi, stavano lavorando alle pareti interne. Aveva anche il cane a casa, se lo tenevano dentro come poteva fare? Ma il capo aveva paura dell'inail, aveva detto che in caso mandava qualcuno a prenderlo, il cane. Non si può fare altrimenti, il capo ha sempre ragione.
Al pronto soccorso aveva camminato dalla barella al lettino, ce n'erano tanti uno accanto all'altro, separati da tendaggi verdini tirati su una struttura precaria. Sembravano quelle docce rimediate, con le tende montate su vecchie vasche da bagno, si poteva immaginare lo smalto scrostato e le piastrelle sbeccate. Qui non c'erano piastrelle, solo una serie di malati e nessuna privacy, si sentiva tutto. Le voci dei pazienti che si lamentavano, i dottori e le dottoresse che facevano le domande, gli infermieri e le infermiere che prendevano le consegne.
La riconobbe subito, Carla Santarini, con quella erre che faceva tremare i vetri. Doveva essere la dottoressa da come le rispondevano, rispettosi. Filippo non sapeva che avesse fatto medicina e che si fosse laureata e che fosse finita lì, ma da qualche parte ci finiscono tutti e Milano è piccola. E poi era medico anche sua madre, era prevedibile come era stato previsto che lui avrebbe lavorato nell'edilizia, muratore come suo padre e i suoi tre fratelli maggiori.
Tutti i destini si incrociano, primo o poi, pensò Filippo. Ascoltava senza vergogna quello che dicevano gli altri malati, sentiva le voci dei medici e paramedici sempre più vicine, tra poco sarebbero stati lì. Chissà se anche lei l'avrebbe riconosciuto?

Lui era il grassone della classe. Capelli rapati e guance rosse, al refettorio vuotava sempre il piatto. Il suo e quello dei vicini, di nascosto dalla maestra.
Lei era bella. Non aveva altre qualità, non rilevanti. Man mano che la voce si avvicinava la vide com'era, snella, alta anzi altissima, era più alta anche dei maschi, con i riccioli tenuti fermi dalle mollettine colorate, i fuseaux a fiori e la felpa arancione.
Peccato che non vedesse altro che le sue tre amiche. Teneva lo sguardo sempre tarato a quarantacinque gradi di alzo, come un mortaio che deve sparare più lontano. Inutile dire che lui stava di molto sotto la traiettoria di tiro: invisibile.
Erano in seconda o in terza, forse. Non era la ricreazione, di questo è sicuro: la maestra li portava nel corridoio a giocare a palla prigioniera durante le ore nomali. Era forte la maestra Giovanna, faceva tutte le cose a modo suo e i bambini le volevano bene anche se pretendeva molto. Gli era dispiaciuto soprattutto per lei, si era messa a piangere, era più disperata anche di Carla.
Lui poi che aveva fatto mai? Aveva allungato un piede. Vabbè, le aveva proprio fatto lo sgambetto. Era intenzionale. Non correva forte, non aveva buona mira con la palla, non sapeva fare niente, Filippo, non eccelleva. Esisteva e basta.
Lei, Carla, era volata in avanti verso il calorifero. Era talmente sicura di sè che non aveva nemmeno messo giù le mani.
Quando si era alzata e si vedeva quella finestrella, quel buco nero, quel pezzo di nulla spaventoso e ipnotico nella sua bocca, insomma il dente rotto, metà della classe si era messa a piangere.
L'altra metà si era messa a quattro zampe, a cercare il frammento per poterlo riattaccare, se mai qualcuno fosse stato capace.
Poi le bidelle e la maestra correvano avanti e indietro, a chiamare l'ambulanza, a chiamare i genitori, a portarle bicchieri d'acqua e carezze.
Per non lasciarli in classe da soli era venuto il direttore. Gli aveva fatto cantare la macarena con tutta la coreografia e i gesti delle mani lungo il corpo e sul banco come si faceva, ripensandoci gli scappa ancora da ridere ma a quei tempi non rideva.
Lui aveva sperato che lei lo odiasse. O almeno lo disprezzasse. Ma invece no, aveva continuato a ignorarlo. Già da quella volta avrebbe dovuto immaginare quale sarebbe stato il suo posto nel mondo.
Filippo si alzò a sedere. Si domandò che faccia potesse avere oggi. Chissà come tiene i capelli. Lunghi, corti, arricciati o raccolti. Forse avrà il camice aperto su una maglietta aderente, lo stetoscopio che sballonzola davanti a un seno generoso. Perché no? magari ha messo su peso.
Seh, è impossibile, non solo improbabile. Sarà secca o alla meglio palestrata, con i capelli striati di meches e la pelle bianca senza trucco.
Si allacciò le scarpe. Le voci erano dietro la tenda. Parlavano con quel ragazzo tunisino che aveva la mano fasciata, si erano guardati all'accettazione, si erano riconosciuti e non si erano detti niente, non ci voleva una laurea per capire che era un collega.
Filippo scivolò dietro la tenda senza far rumore. In corridoio raddrizzò le spalle e svoltò a sinistra verso l'uscita.

 

Lo spiegone

 

La notte della vigilia di ognissanti il grande cocomero vola nel cielo in cerca dell'orto più sincero. Purtroppo il traduttore è stato traditore perché per noi si dovrebbe chiamare la grande zucca, ma si vede che la Disney aveva registrato il marchio con Cenerentola e non s'è potuto fare, per questo io sono sempre favorevole all'open source, creative commons è meglio, che diamine. Va detto che il nome in lingua originale non è adatto ai bambini italiani.

E dunque è quasi ora. Come ho lasciato intendere a man bassa lungo la settimana, questa volta dev'essere arancione e dev'essere sincero. Sincero non vuol dire vero, è la verità poetica che mi interessa e non la verità materiale.

Ho scelto questo colore per commemorare il primo eds, infatti arancione è il colore di halloween e delle zucche, essendo io notoriamente zuccona mi rappresenta e mi si addice.

Pensa, son passati due anni e siamo ancora qua, siamo ancora noi e siamo perfino di più, per non dire più belli perché belli siamo sempre stati, che bei blogger che siamo :-P.
L'arancione è un colore caldo, il colore dell'autunno, ma anche un colore moderno: ho letto che fino a quando non sono stati importati dalla cina i frutti delle arance, il colore corrispondente non veniva distinto dal rosso, è per questo che le alcune cose che sono palesemente arancioni vengono chiamate rosse, per esempio si dice rosso fuoco, gatto rosso, capelli rossi. Non è che il colore arancione non esistesse, c'era però non lo vedevano, oppure non lo sapevano nominare: questo per dimostrare una volta di più la potenza delle parole e una cosa che io ho sempre pensato: le cose che non vengono dette non esistono.
L'arancione non è un colore primario, è fatto dal giallo e dal rosso mescolati insieme. E' un incontro dialettico perché una volta uniti non si possono più separare, e poi non si sa dove finisce l'uno e comincia l'altro. (Il fatto che siano momentaneamente primi in classifica non vuol dire, è inspiegabile e del tutto accidentale.)

Stavolta sorridiamo, o ridiamo a denti stretti, mettiamoci un po' di umorismo, autoironia oppure sarcasmo, fai come vuoi, che sia lo scherzo del destino o lo scherzo della natura, l'importante è non prendersi troppo sul serio.

Se penso a una musica arancione mi vengono in mente i caraibi, quei balli sculettanti a piedi nudi sulla strada, oppure il reggae, la samba, la lambada, qualcosa di forte, caldo e secco come la polvere portata via dal vento del pomeriggio tropicale.

 

Ricapitolo:

Scrivi un racconto sincero
coloralo di arancione nel tuo blog
mettici uno scherzetto divertente
ma anche una canzone tropicale
che dentro ci sia almeno un animale
un po' di umorismo se puoi e
se ti piace, se no pazienza e pace
due settimane è il tempo
quando hai finito, dillo.

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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