testata camel

A Stefi Pattume, a Maledetto di Stirpe e ai miei ventanni

 

Questo esercizio di scrittura è un po' tosto, del resto se nero deve essere nero sia ma non solo, ci ho messo anche un po' di it.sesso.racconti per amor dei vecchi tempi e dei personaggi citati in dedica, lettore avvisato mezzo salvato, se ti scoccia fila via.

Lo spiegone alla fine, ma che te lo dico a fare.

EDS nero se tu mi amassi

“Vai piano, osti, che non ci vedo!”
Sarah stringe la maniglia della portiera e punta i piedi sotto il cruscotto.
C'è nebbia. Dire nebbia sulla Paullese è dire niente. La nebbia qui cresce sugli alberi, cresce nei prati e nei parcheggi, nelle strade comunali, in autostrada. La nebbia sulla Paullese, tra l'Idroscalo, le cave, i canali e le rogge, te la danno a gratis. La nebbia se non ci fosse sarebbe da aver paura perché vorrebbe dire che si è aperto il tappo e il mondo è scolato giù nel buco.
Luca sorride. Testolina bionda senza animella, pensa, non stai mica guidando tu, cosa devi vedere? Ma non lo dice. Scuote un po' la testa a tempo con la musica, le tocca una mano per tenerla tranquilla.
Lei scruta davanti, fa gli occhi a spillo, vuol vedere un po' più in là dei fari.
“Però me l'avevi promesso che mi portavi in un motel” fa, e le scappa un mezzo mugugno più acuto sulla él. Lui imbocca una rotonda, picchietta sul volante, muove il dito come a dirigere un'orchestra invisibile. Dallo stereo esce la voce dolente di Joe Strummer che canta redemption song.
“Ma che lagna” fa lei e avvicina la mano alla radio. Lui le prende il polso prima che possa toccare il cruscotto, la blocca come un fermo immagine di lotta libera, ma in piccolo.
“Lascia stare” dice, “che tu di musica non capisci un cazzo.” Stanno lì fermi un attimo, come congelati, poi lui apre la mano e lei si volta dall'altra parte, scocciata.
“Le capisci tutte tu, che sai solo copiare quello che fa il tuo capo.”
Ritirando la mano le tocca la gamba, di proposito. Sta a vedere che adesso si è offesa e si mette a fare la difficile. E poi, dovrà mica rendere conto a lei. Il Ginetto se ne intende di musica, è un gallo. Sente sempre Virgin radio e conosce tutti i gruppi del vero rock, mica la merda che fanno adesso. E' per questo che lui gli da retta, e non solo perché è il suo capo. Se ne intende di un sacco di cose.
“Vai piano ti ho detto. Mi viene da vomitare.”
Sta a vedere che adesso si mette anche a piangere e manda a culo la serata. Sarah delle volte è una vera piattola. Ci esce perché ha le tette grosse e non fa troppo la difficile, ma certe volte esagera. Luca non ha voglia di farsela pesare, almeno fino a che è giovane. Ce ne sono anche altre che la danno e non fanno troppo le difficili, la prossima volta ci pensa su, ce l'ha mica solo lei. La Fede, per esempio, ha il culone ma si fa fare tutto. Luca ripensa a Federica vista da dietro, in ginocchio sul letto della madre e gli viene duro. Sarah invece con tutti quei fratelli e sorelle, altro che il lettone.
Sarah che adesso si lascia toccare senza muoversi, come se la gamba non fosse neanche la sua. Lui si è infilato con la mano sotto la gonna, è arrivato all'orlo dell'autoreggente.
Bè, però se le è messe, dopotutto.
“Un'altra volta ti porto nel motel, dai.”
Lei butta fuori il fiato ma non ci crede, si capisce.
Il parabrezza è appannato, il riscaldamento è al massimo e si sente odore di macchina e di grasso. Non si vede proprio un cazzo, sembra di avere i vetri pitturati di nero. Lui ha rallentato ancora un po', ha passato un'altra rotonda.
“L'hai detto anche l'altra volta.”
Dalla radio esce l'arpeggio di Stairway to heaven, interrotto sul più bello da una voce che dice radiocomando radiocomando.
“L'hai detto tutte le volte che siamo usciti insieme e invece poi mi hai portata nel campo con questa specie di camioncino del tuo capo che non ha nemmeno i sedili ribaltabili.” Dice queste cose tutte di fila con una vena di rassegnazione, come fosse un fatto già compiuto una volta per tutte.
“Ma tu sei maggiorenne? Non ti fanno mica entrare sai.”
Lui ha passato l'orlo della calza e col dito tocca la carne tiepida. Hanno costeggiato un muro di cinta traforato da una serie di aperture ovali con le sbarre, dopo la curva dovrebbe esserci la cava e poi a destra la strada sterrata.
“Se sei venuto anche alla mia festa, non ti ricordi nemmeno più.”
Non si ricordava, ha ragione lei. Non è passato neanche tanto, adesso che ci ripensa gli torna in mente, era sulla fine dell'estate. Ma il tempo vola. Chissà perché gli viene in mente quello che gli dice sempre suo padre, che alla sua età lui non era nemmeno maggiorenne. E invece Luca ha già un lavoro fisso, in regola col libretto e i contributi e può guidare il mezzo della ditta.
Sono fortunati ad avere il Caddy del Ginetto e sono fortunati che glielo lascia usare. Quando avranno trovato il posto adatto, lui farà spazio dietro, sposterà i tubi e la borsa degli attrezzi e si potranno anche sdraiare sul pianale. Con la coperta e tutto è molto meglio che una macchina coi sedili ribaltabili, ma questa testina di pece e piume che ne sa. Se hanno freddo può arroventare un mattone col cannello per saldare e dura anche due ore, è come essere in un camper. Poi lo sa, l'hanno già provato, funziona.
Il suo capo sì che se la passa bene. Non è uno che si porta le donne in campagna col Caddy. Nemmeno nel motel, per quel che ne sa Luca. Lui è uno che va nelle case alla mattina, quando i mariti sono al lavoro, e salta dentro nei letti ancora caldi.
“Hai preso il whisky che ti ho detto?”
“Sì, ce l'ho in borsa. Ho preso quello di dieci anni, e anche il cioccolato amaro. Però è l'ultima volta, che di quello se ne vendono poche e il padrone se ne accorge.”
Luca adesso ha tutte e due le mani sul volante, ha imboccato lo sterrato e anche se ci è già stato deve concentrarsi per non andare nel fosso. Passano davanti a una cascina e in quel momento si accendono le luci nel portico. Si sentono dei cani abbaiare.
“Ci ho fatto caso, si è fermato a guardare lo scaffale. Ma io avevo cambiato anche il numero dell'inventario, si vede che non gli tornava ma non poteva dire niente, i conti erano giusti.”
“Brava la mia testolina di pan di spagna. Sei sprecata al minimarket, vedrai che fai strada.”
Lei pulisce il finestrino col palmo della mano, cerca di guardare fuori.
“Te mi svaluti sempre. Non valgo un cazzo io per te.” Ritrae di colpo la mano e fa un piccolo grido.
“Cosa c'è?”
“No, niente. Hai visto?”
“Cosa?”
“Bo. Mi è sembrato che ci fosse uno lì in piedi che mi guardava.”
“Ma dove?” Lui ride.
“Uno grosso. Mi sembra.” Tira giù il finestrino, mette la testa fuori. “Vicino a un cancello.”
“Ma che cancello. Non ce n'è di cancelli.”
“Eh. Si vede che era un albero.”
“Si vede.”
“E quella luce lì allora?”
“Che luce?” Lui ride ancora. La testolina di marmo adesso ha pure le visioni.
“Uffa.” Sarah si tira su il cappotto e ci nasconde dentro la faccia. L'aveva tolto e se l'è messo davanti come una coperta.
“A me di andare in giro di notte nella nebbia non mi piace.”
“Hai paura?”
“Mavà. Non mi piace e basta. Mi fa venire i brividi.”
“Hai paura. Ma chi vuoi che ci sia?”
“Ti ho detto che non ho paura.”
Lui cerca di vedere lo spiazzo dove aveva girato la macchina l'altra volta. Va pianissimo, dove non c'è l'asfalto è un pantano di fango e non ha voglia di sporcare il Caddy. Non ha voglia di ripulirlo dopo, più che altro. E' bianco e gli schizzi si notano. Ginetto gliel'aveva dato per portare al cinema la morosa, non per fare cross country.
Ci tiene che sia a posto e ha ragione, è il suo biglietto da visita. Lo dice sempre, sarà per la scritta Ginetto un lavoro perfetto, sarà per il faccione da cartone animato di Luigi disegnato a fianco con tanto di berretto verde e i baffoni, sarà anche per il numero di cellulare scritto in grosso, ma quando arriva in un paese per un intervento e lo lascia davanti al portone di una cascina, sicuro come l'oro che lo chiamano ancora, subito qualche altra donna lì vicina ha bisogno, anche solo per farsi sgorgare il lavandino. E lui, Ginetto, corre. Ginetto - Luigi, che è suo vero nome, anche se lo sanno in pochi o nessuno, difatti Luigi, Luigino, Gino, Ginetto.
Luca sta ancora imparando il mestiere, si è diplomato l'anno scorso ma ha cominciato presto a fare il garzone. E da Ginetto c'è sempre da imparare, per quanto alla mattina non se lo porta mica dietro, lo fa stare in negozio. Che non ci entra mai nessuno alla mattina, e non telefonano neanche perché vogliono parlare solo con Ginetto, lo chiamano direttamente sul telefonino.
“Luca. Hai sentito?”
“Cosa.”
Intanto ha parcheggiato, cioè ha fermato il furgoncino in uno slargo tra due campi.
Si volta verso di lei e sorride.
“Cos'hai stasera?”
Le accarezza il mento con il dorso delle dita. Lei stringe le spalle, guarda il parabrezza.
“Non lo so. E' la nebbia”. Si passa la mano sulla fronte, come per provarsi la febbre.
“Dai, andiamo dietro che te la faccio vedere io la fifa blu”.

Il pianale è sgombro, Luca ci ha steso due coperte, hanno aperto la bottiglia e hanno bevuto il whisky forte nei bicchieri di carta, hanno anche mangiato il cioccolato.
“Questa del cioccolato me la devi spiegare” dice lei. Si è tolta la camicetta, lui le sta leccando l'incavo del seno, la strizza e l'accarezza, ci affonda la faccia dentro.
“Il torbato invecchiato è la morte sua col cioccolato fondente” le mugugna contro la pelle.
“Te l'ha detto il Ginetto?”
Lui si stacca. “Girati!” le dice brusco. Allunga una mano sul mucchietto dei vestiti per prendere il preservativo che aveva preparato. Che non le venga in mente adesso di cominciare una polemica sul Ginetto che la sbatto fuori e poi la mando a casa a piedi. La spinge, le sposta i fianchi e le gambe per mettersela sotto come gli fa comodo. Le ha alzato la gonna, le ha tolto le mutande ma le calze no, le ha lasciate. Accende la luce sul tettuccio, vuole vederla prima di metterlo dentro. Lei si lascia fare. E' in ginocchio, la faccia appoggiata sulla coperta, il culo in alto.
“Hai sentito? Cos'è questo rumore?”
Lui si ferma, volta la testa. Allunga la mano e spegne la luce.
“Shhhh” le soffia nell'orecchio. Lei si irrigidisce. “Dai. Luca?”
E' in ginocchio anche lui, dietro di lei, si tiene su con una mano e con l'altra prende la mira.
“E' Jack lo stupratore!” grida e glielo spinge dentro fino in fondo. Ride e intanto muove il bacino avanti e indietro, si china su lei e le sfiora la schiena, le soffia sul collo.
Lei caccia qualche urletto a tempo, ansimano forte e le sospensioni cigolano, ci stanno dando dentro senza risparmio quando arriva il primo botto così forte che fa tremare tutto il furgone.
Lei grida, lui lo tira fuori e cerca freneticamente le sue mutande, guarda verso la cabina, attraverso la grata divisoria cerca di capire che cazzo è.
Non si vede nessuno, non si sente nessuno. Nero e nebbia.
Chi cazzo è chi cazzo è chi cazzo è.
Le mette una mano sulla bocca, lei scuote la testa per dire che ha capito. Il silenzio adesso gli piomba addosso forte come un rombo. Si infila le mutande, si mette anche la camicia. Arriva un'altra botta, stavolta la sente bene, è sulla fiancata sinistra. Una mazzata o un colpo di spranga, si sente lo stridore del metallo contro il metallo. Lei mugola, forse piange. Trema.
Un altro colpo, a destra. Forte.
“Stai in mezzo, hai capito? Stai lontano dalle fiancate” le soffia nell'orecchio. Lei non risponde.
Qualcuno sta girando intorno al furgone e sta riempiendolo di mazzate.
Ma chi cazzo è.
Uno schianto e il vetro davanti diventa tutto bianco, come un laghetto di montagna che si ghiaccia. Ma che cazzo. Sarah si è rannicchiata sul fondo, la testa tra le ginocchia, batte i denti.
Questo qui ha del metodo. Tira una mazzata e poi gira dall'altra parte e ne sferra un'altra. Gira in giro e picchia duro.
“Bastardo, vieni fuori.” Luca e Sarah voltano la testa verso la voce, sbalorditi, come se quella cosa che sta strapazzando il Caddy non potesse essere umana. Per di più con una voce così stridula, fessa, chi l'avrebbe detto.
Un'altra botta.
“Dio, che cazzo gli dico a Ginetto.”
Si vedono i bozzi dal di dentro, come gobbette. Chissà da fuori.
“Vieni qui, brutto bastardo.” E' un lamento disperato, rauco, sembra quasi che pianga. Ma picchia forte.
Che cazzo facciamo adesso. Dal pianale non c'è modo di entrare in cabina, c'è la grata di ferro saldata al roll-bar.
Luca accosta la bocca all'orecchio di lei, “il telefono?” le sussurra. Lei gli si attacca al collo, piange.
“Shhhhh”, le accarezza la testolina bionda, la stringe a sé, “riesci a ricordati dove hai messo il telefonino?” dice ancora, pianissimo. Lei scuote la testa: “è davanti, nella borsa.”
E pure il suo è rimasto davanti, nel cruscottino a sinistra del volante. Cazzo.
Luca mette le mani nel mucchio di attrezzi che ha spostato di lato, tasta per trovare qualcosa, un tubo, il pappagallo grosso. Questo prima o poi spacca il portellone, chi lo sa cosa ha intenzione di fare. Gli capita in mano la bottiglia del Laphroaig, se la caccia in bocca e riesce a ciucciarne un bel sorso. La passa a lei, “bevi,” le dice.
“Bastardo, stronzo vieni fuori” ulula il vecchio. E il finestrino del passeggero è andato. Sarà un vecchio? Gli sembra una voce rauca da vecchio, una voce disperata.
Ma per essere vecchio, picchia duro.
Gli viene in mente un documentario che aveva visto quando era piccolo, c'era un polipo che cercava di aprire un barattolo con dentro una stella marina per mangiarsela. La vedeva attraverso il vetro ma non poteva prenderla. La stella vedeva lui e non poteva scappare.
Sta pensando di rompere la lamiera con un apriscatole? Sta aspettando che escano da soli? Cosa cazzo vuole?
Sarah gli prende la faccia e se la avvicina alla bocca, “il cannello” gli soffia nell'orecchio.
“Eh?”
“La fiamma, quella per scaldare il mattone.”
Testolina di acciaio al cromo vanadio molibdeno titolato!
Fruga nella cassetta e intanto prega, fa che Ginetto abbia lasciato la cartuccia montata che il tempo è scaduto, fai che la bomboletta non sia vuota che il bombolone è troppo pesante, fai che si accenda, ti prego fai che si accenda subito.
Un botto fortissimo ha aperto un buco sul portello scorrevole a destra, petali di lamiera si aprono come la corolla di un fiore sgraziato. Non c'è più tempo, è finita. Quello tra cinque minuti è qui. E continua a ululare la sua disperazione.
La cartuccia è montata e la bomboletta piena, Luca preme il grilletto e la piezoelettrica crepita, la fiammella pilota si accende.
La mette al minimo e si prepara a saltare fuori. Si è infilato i pantaloni e le scarpe. Deve aprire con un calcio il portellone dietro, prenderlo di sorpresa. Deve aspettare il momento giusto, non può lasciarlo avvicinare troppo.
Lo lascia picchiare a destra. Conta fino a dodici e poi arriva il colpo davanti. Sarah si è avvicinata, gli tocca la schiena. Lui volta la faccia, le cerca la bocca. Tra poco picchierà a sinistra. Conta i secondi mentalmente. La bacia, le infila dentro la lingua, le morde le labbra. Ancora dieci e poi tocca a lui, e la cosa più pazzesca è che non è su Call of Duty, è tutto vero davvero. Otto, deve sbloccare la sicura del portellone e sette prepararsi a saltare fuori. Sei, puntare i piedi, cinque, spingere con tutte le forze. Quattro, saltare in piedi, tre, voltarsi verso sinistra, due, puntare. Uno sparare.
Zero.
Nel nero della notte intuisce davanti a sé una sagoma grande e grossa con una mazza da muratore sollevata sopra la testa.
Apre il gas.
“Ginetto” gli dice il tipo, “io ti amasso.” Poi si accende come un albero di Natale.

Lo spiegone

Scriviamo un racconto nero. Nero di genere, noir, polar, hard boiled (che a me non so perché mi fa venire in mente il riso in bianco troppo cotto, quello molle) o gotico alla moda dei lupi mannari, vampiri e altri sarchiaponi. Ma anche no, se non ti va. Basta quel tubino elegante delle feste (io me lo metto a capodanno se riesco a perdere gli ultimi due tre chili che mi mancano per rientrarci) insomma una cosa nera o in nero, materiale o metaforica, ci capiamo signò.
Di sicuro ci mettiamo un po' di cioccolato e una sorpresa, funziona con l'ovetto Kinder perché noi no?
E poi lo sai cosa mi piacerebbe stavolta? Mi piacerebbe proprio tanto? Quello che voglio da te? Voglio che mi ci metti un particolare davvero originale o un corto circuito descrittivo, le discese ardite e le risalite, come quelle pazze descrizioni di Chandler che mi sono venute in mente pensando al riso molle bollito. Una cosa colorita e un po' fuori dai gangheri, tipo che lei aveva un cappotto ritagliato da una coperta da cavallo particolarmente chiassosa, oppure lui era un uomo sui quaranta, non più alto di un metro e settanta e non più largo di un barile di birra, o che dal taschino della giacca zampillava un fazzoletto, o anche nel nastro del cappello erano infilate un paio di piume colorate di cui non si sentiva alcun bisogno. E queste sono tutte metacitazioni, sappilo.
Dicono che non ci sia niente di nuovo da scrivere ma non è vero, pensa a Borges e alla Biblioteca, pensa a Masterpiece alla domenica sera su Rai tre (magari l'hai evitato come la peste ma ne hai sentito parlare o cinguettare: non saresti qui.)
Lo sai che c'è ancora da scrivere il libro con tutte A maiuscole tranne una f minuscola, pagina ventidue, riga quattrordici, sesta posizione: interessa? Vuoi scriverlo tu?
Insomma osiamo, dai, cerchiamo qualcosa di nuovo, a volte basta un'espressione inedita ben riuscita per rendere memorabile un piccolo scritto (questo pesce caga come un orso!). Poi sì, lo so, c'è il rischio della comicità involontaria, se cadi dall'alto ti fai più male, ti spacchi la faccia. Ma uffa. Se non si sale almeno un po' si vedono sempre gli stessi banali subpanorami: coraggio, siamo tra amici, al massimo rischiamo uno sberleffo.
Io ce la metto la faccia. Tu?

Vietato usare: improbabile, intrigante. Recarsi è permesso con riserva, solo se si tratta della trascrizione di un rapporto delle forze dell'ordine

 

I racconti a stogiro son venuti bellni e quindi riporto qui anche le mie considerazioni finali, i link non so se vanno ancora, fa niente

E stavolta per cominciare parlo un po' di me: non ho mai scritto così tanto come da quando ho dato una scadenza periodica a questi EDS. Non sarebbe la stessa cosa se mi sfidassi da sola, elucubrando le regole più complicate, per poi magari infrangerle come ho fatto stavolta, difatti il mio racconto "Se tu mi amassii" non si può definire noir e nemmeno polar, hard boiled o gotico alla moda dei lupi mannari, vampiri e altri sarchiaponi come avevo chiesto. Mi è venuto fuori trash, o mezzo horror e mezzo ironico con un sedicesimo di erotico, boh. Mi è piaciuto così, l'ho lasciato andare dove voleva, all'inizio sapevo solo che c'era la nebbia e una coppia in macchina.
Ci ho messo tanto a scriverlo perché sono rompipalle, mi sono documentata su ogni cosa, a partire dalle automobili col pianale chiuso dietro. Avevo in mente il vecchio Fiorino ma ho dovuto aggiornarmi, cercare le nuove marche: quei furgoncini che davanti sono automobili e dietro hanno lo spazio per il carico, come si chiamano? quanto sono lunghi? Ci si sta sdraiati? Da dentro si vede fuori? Si può passare dai sedili davanti al pianale? Non volevo un vero e proprio camion, non mi sembrava adatto a un piccolo artigiano. Ho guardato i vari modelli sul web, sono partita dal Kangoo della Renault perché ce l'ha uno che conosco, ho visto il Doblò che è quello nuovo della Fiat, il Transit Connect, Il Nissan, il Peugeot, ce ne sono una cifra ma poi ho scelto il Caddy della Wolkswagen perché ne ho visto uno per strada e l'ho ispezionato per bene, l'ho misurato a braccia, ho guardato di che stoffa erano fatti i sedili, com'era il volante, il cambio, il cruscotto, ma soprattutto mi piaceva il nome, mi suonava bene tanto uno vale l'altro, chi li conosce. E poi, come funziona un cannello per saldature? come è fatto? Ha una impugnatura come una pistola? Quanto è lunga la fiamma? Ho raccolto molte più cose di quelle che ci ho messo dentro, e magari anche così un vero idraulico mi sgamerebbe subito: c'è un idraulico in sala? Per non parlare delle mappe di google con cui ho setacciato la campagna intorno a Pandino, zolla per zolla.
Scrivere non è mica una cosa da gnente, ci ho messo una ventina di ore, forse venticinque tra tutto. Un po' alla volta, si capisce. Se mi veniva in mente un particolare, una frase, una parola, me la scrivevo dove potevo, ho il telefonino pieno di note. Quando stavo facendo altro, quando andavo in giro, sul tram, per strada ce l'avevo sempre in mente, ero lì in macchina con loro e respiravo la stessa nebbia. 
Se non ci fosse stato l'EDS non l'avrei scritto, non scriverei niente se non avessi uno stimolo o almeno qualcuno che mi dice brava, continuamente. Il fatto che sia io a inventarmi le regole non conta, perché quando lo faccio non so ancora niente di quello che scriverò, mi posso scindere benissimo in due o più ruoli: quella sadica che inventa le regole più astruse, quella normale che le segue scrivendo e quella masochista che va a commentare tutti i testi.

Ti prego, non chiamarmi Barbie
La gente delinque, diceva quel mio amico avvocato penalista detto Gordon. E' con questo senso di resa all'ineluttabile (anche a me mi piace parlare un po' scelto) che la voce narrante ci dà conto della sua visione del mondo e dei suoi progetti più segreti.
Poi, proprio perché sei tu e me l'hai chiesto con tanto garbo, te lo dico cosa avrei fatto io fossi stata nella la tua tastiera: avrei fatto svegliare la vecchia prima, non dopo la coltellata. La ragazza magari è un po' stronzetta ma non così cattiva d'animo, dal suo punto di vista non c'era bisogno di complicarsi la vita e ammazzare la vecchia per arraffare la mancia, la rottura del giovedì non basta, i giovani sono pigri per natura. Se la vecchia dorme si prende la busta e si fila via, che ci vuole. Se le vecchia si sveglia e c'è il dubbio di essere visti allora il delitto, che palle, diventa necessario e la storia risponde a una sua logica coerente.
Poi ho apprezzato come sempre la tua lingua forbita e biforcuta, ho amato quelle oscure indicazioni buttate là che mi hanno costretta a sfogliare wikipedia, delle volte un nome come Kornelia Ender significa e soddisfa.
Tra tutte le frasi scelgo "Ha il cervello agli arresti domiciliari" ma bada: l'hai voluto tu.

Zebre e savane
Le voci nella testa fanno paura, sono misteriose, imperiose e affascinanti. Le voci nella testa possono dire quello che vogliono che noi ci crediamo, se lo dicono con  queste parole qui di Dario, che sembrano vere. Per quel che ne sappiamo sono vere e malevole quanto basta, azzannano e ordinano e si vorrebbe, si preferirebbe, se fosse possibile, non crederci.

Placida come il fiume
Il fiume, la notte, i topi. A volte per sognare basta una sottospecie di canale e qualche nutria, figurati un fiume vero, con le nuvole e le cupole e lucine che è sempre natale.
Mi è piaciuto "il balzo felino della pantegana che va a ripararsi sotto il ponte", chissà perché nei cartoni animati si tiene sempre per il topo e poi, quando c'è davvero, aiuto.

Madeleine
Farcita come una pietanza lussuosa e piena di cose buone, opulenta e generosa come una donna di Botero, tu che sei uno scricciolo, ci hai regalato un'altra dolce favola delle tue. Non state a interpretare, elucubroni che non siete altro, le favole si ascoltano così come sono, non si smonta il panettone mettendo da parte l'uvetta e i canditi per mangiarli dopo. Non è da tutti mescolare tanti ingredienti e farli amalgamare così bene e non basta saper applicare una ricetta, ci vuole esperienza, istinto e fantasia.

Natale con soffritto
Un poliziesco in piena regola, col morto nell'incipit, la scena del crimine, l'indagine, i sospettati e il detective acuto osservatore. Ma gli ingredienti classici sono stati rimescolati con la tua ironia, che è uno sguardo personalissimo e inimitabile e quella voce potente e sicura che rende un fatto un racconto divertente perché “la merda che puzza è quella raccolta fresca”. Olè.

Pedalata nera
Guarda guarda questo rospo come ha interpretato bene le regole dell'eds e che bella tensione ha saputo creare: così credibile che in tanti ci sono cascati dentro, chi l'avrebbe detto. Anche se il rospo è uno di quelli che posa grezzo ma sotto sotto chi lo sa cosa si legge la notte, non ci voglio pensare guarda, non lo voglio proprio sapere.  Resta il fatto che sono sempre sbalordita e invidiosa per il successo di pubblico che riesci a smuovere: 56 commenti, ma come fai?

Il quadro capovolto seconda parte
Vabbè vabbè, questo racconto è stato riadattato per l'occasione ma fa ancora la sua porca figura, come ti confermano i commenti, e tutti lo stavano aspettando. E' una storia interessante e tu ne hai saputo riportare le atmosfere e i colori, tutti i colori stavolta e non solo il nero: tanto meglio.

Una vita segnata
Lillina, tolta la prima virgola che eliminerei senz'altro, hai scritto un piccolo pezzo di molto ben fatto, divertente e allusivo, innocente e anche no, originale e non c'è bisogno che lo dica io, ho tutta una fila di ottimi commentatori che posso portare come testimoni. Scrivi e continua a scrivere che ti viene bene, ogni volta meglio.

Nero Livido
Se penso che Calikanto ha aperto il blog per metterci gli eds me la tiro da qui a Como. E non ne sbagli uno, anche questo è coraggioso, significativo, profondo. Quello che mi piace nelle tue storie, cara amica, è quello che non ci metti ma c'è, quello che lasci fuori e si intuisce in filigrana, il chiaroscuro che rende i personaggi più profondi, solide sculture e non sagomine di cartone. Sei fortissima.

Laggiù nel Bronx
Melusina è così letteraria - nel senso buono s'intende - che trasuda letteratura da ogni parola delle righe marroni che si sciorinano in comics dai suoi testi, anche tra le cartacce e nella spazzatura delle sue ambientazioni svolazzano fogli di Proust, Joyce e Dickens - stavolta per esempio, più Dickens che Proust. Per questo credo che la forma del racconto ti stia stretta, come ti ho già detto: qui si sente il respiro potente della prosa. Coraggio, dacci dentro.

Dissolvenza in nero
Apprezzabile il tentativo di usare un punto di vista maschile, purtroppo non sempre credibilissimo perché più che un amante in trasferta mi è sembrato un agente segreto che non può far sapere dove è andato. E se era davvero un agente segreto -ma non credo -  era così segreto che non me l'ha detto! Scherzo, esagerando, per spiegarmi meglio. In un racconto è meglio dire a Milano piuttosto che in città, e anche meglio dire il nome dell'albergo piuttosto che il numero di camera, io per esempio se vado al Principe di Savoia stai sicura che me lo ricordo ancora anni dopo e chi mi ascolta capisce subito che razza di suite potrebbe essere, ma il numero della camera è irrilevante perché è un particolare che non aggiunge informazioni: le stanze sono tutte uguali. I particolari sembrano irrilevanti ma sono proprio quelli che ti portano dentro la storia, è questo il famigerato show don't tell.

Chi è di scena?
Un bel ritmo, un bel detto e non detto, ricamato elucubrato. Angela entra e esce dal suo personaggio, si guarda dentro da fuori, entra nello specchio come Alice e si guarda là fuori, non sa più se ci è o ci fa, si mette un fiocco in testa e poi decolla come Mary Poppins.

Taccido
Ti manca solo un po' di coraggio: credici e vai avanti senza voltarti. Che importa se non sai il napoletano. Se hai scelto di usare questo modo per esprimerti vuol dire che hai i tuoi buoni motivi. Se l'hai reso tuo, aggiustato, modificato in qualche modo, nessuno ti potrà dire niente, è il tuo testo e ne fai quello che vuoi. Se qualcuno dovesse avere da ridire se la vedrà con me.

Notturno per Torino: Roma-Bologna; Bologna-Milano; Milano-Torino.
Tre puntate per un giallo itinerante dal finale inaspettato. C'è una cosa che non mi torna: non ho mai sentito di un centrino fatto ai ferri, di solito si fanno all'uncinetto oppure al tombolo. Che importa, diranno i miei piccoli indiani. Eh no, è una anomalia che attira subito l'attenzione, parte una sirena, si accendono le luci intermittenti, la freccia luminosa indica lì, quella strana cosa di fare un centrino ai ferri dove s'è mai sentita? Nero per giunta. Però ci vuol poco, dimmi che fai un maglione per il tuo cane, per esempio, e tutto va a posto, i sospetti rientrano e la sorpresa finale si salva.

Ecco qua. Ho cercato di dare qualche suggerimento in più come mi è stato chiesto, non scocciarti se me la sono presa con te più che con qualche altro: la vita è ingiusta.

(Pago pegno: ho usato tre volte la parola elucubrare e non è ammesso, non più di una volta ogni cento pagine. Sob.)

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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