testata camel

"Il giallo differisce da ogni altro racconto in questo:
che il lettore è contento solo se si sente uno scemo."
Come si scrive un giallo
Di G. K. Chesterton

 

 

Il libro giallo è giallo solo in Italia per via della Mondadori, che ha poi pitturato anche i film e tutto l'indotto. Nel resto del mondo si chiama poliziesco e nasce, per convenzione o per wikipedia, nel 1841 con "I delitti della Rue Morgue" di Edgard Allan Poe. Sembra che in questo racconto lungo con delitto venisse messa in primo piano l'analisi e la deduzione al posto del sentimento, e nella narrativa questo non s'era mai visto. Comunque non aver paura, l'assassino era lo scimmione.
Cosa distingue un giallo da un noir, un triller, un romanzo criminale?
Nel giallo ci dev'essere un delitto, ma soprattutto un investigatore che compie un'indagine e, alla fine, trova la soluzione. Negli altri generi che hanno a fare con perturbazoni della legge, il protagonista potrebbe non essere l'investigatore, o un investigatore professionista, potrebbe non esserci niente da scoprire in quanto l'ammazzamento potrebbe essere mostrato in diretta fin dal principio, si potrebbero rovesciare i ruoli dei buoni e dei cattivi: insomma, la gente delinque, dice sempre il nostro Gordon, e ci sono "millemila" (:-P) modi per raccontarlo, ma il giallo è quel modo che prevede di scoprire a poco a poco la verità, il lettore insieme al protagonista. Questo equilibrio tra quello che sappiamo noi lettori, quello che sa lo scrittore e quello che sanno i personaggi è l'asse portante del racconto. La verità va scoperta a poco a poco e nessun indizio deve essere tenuto nascosto: non si può far vedere un pizzino a Montalbano e non farlo leggere subito anche a noi, farglielo ripiegare e mettere in tasca per ritardare lo svelamento, altrimenti si sente puzza di pesce marcio, creare questo tipo di suspence fasulla è una mossa da dilettanti incapaci, fa scagliare il libro contro il muro e il lettore si risente, specialmente se sì è rotto il kindle.
Il racconto può essere in prima persone o anche in terza, l'investigatore può essere un incaricato ufficiale delle indagini oppure un dilettante, l'importante è che sia un personaggio completo, con una sua spiccata personalità, pregi, difetti, caratteristiche fisiche e morali, qualcuno con cui ci si possa immedesimare. Questo è un aspetto importante, e la fatica con cui gli scrittori hanno dato vita ai propri investigatori è tale da farli durare anche fuori da una singola storia: per questo sono nati personaggi memorabili come Sherlock Holmes, Maigret, Adamsberg, Nero Wolfe, Montalbano e tutti gli altri investigatori seriali che conosciamo, direttamente o almeno per sentito dire, chiedo scusa per quelli che non ho citato, sono millemila!

 

Il giallo come genere è difficile da scrivere, e poi non a tutti piace, quindi per questo eds lo suggerisco ma non lo pretendo, se non te la senti scrivi pure una storia normale ma mettici almeno un segreto o un mistero, una scena notturna e una canzone dei Beatles. Oltre alla cosa gialla, ovviamente.

Il primo consiglio spassionato che ti ammollo è di restare nel nostro mondo, al di qua delle colonne d'ercole a meno che non ci sia un giustificato motivo per ambientarlo all'estero è molto meglio Anna o Paolo piuttosto che John o Meggy, meglio Cinisello Balsamo piuttosto che Boston Massachusetts, per non parlare del maine: è più credibile, fidati.
Il secondo è mostrare molto e raccontare poco: immaginati le scene e descrivile in presa diretta mentre stanno succedendo, non spiegare troppo e usa almeno tre sensi, facciamolo immedesimare sto lettore che non vede l'ora di fare lo scemo!

E ora il mio racconto: attenzione! continene allusioni e omaggi.

eds giallo un esercizio di scrittura eleanore rigby

 

Ah, look at the lonely people

A Giorgio Fontana, a quelli delle riviste letterarie
e alle cose belle che non ci sono più

 

 

 

“La cugina della maestra Pietrobono. Sì, sono la cugina della maestra di catechismo. Mi apre per piacere?” Luigina aveva appoggiato la guancia alla grata del citofono, come se la contiguità con l'altoparlante potesse far uscire una voce umana dall'apparecchio. Schiacciò di nuovo il pulsante e questa volta si aprì la serratura automatica del portoncino della canonica. Spinse il battente e si trovò nel vestibolo dal quale si diramavano due corridoi e una rampa di scale. Si accese una luce. Luigina arricciò il naso: si sentiva un odore dolciastro come di caramelle, o liquirizie, forse spuma all'arancia? Chinotto? Era un profumo inconfondibile che veniva da un luogo lontano dello spazio e del tempo, era odore di oratorio.
Un uomo altissimo e quadrato le venne incontro. Aveva un maglione a dolce vita grigio scuro, pantaloni neri e in testa un berretto nero, un basco di velluto o di panno.
“Sono la cugina della maestra di catechismo. Ho portato il registro. Sa, si è slogata una caviglia e...” Disse porgendo un involto all'omone. Lui lo prese e girò sui tacchi senza lasciarla finire.
“Bè, allora la saluto. Buonasera!” disse ancora lei. Lui, niente.
Lo guardò girare l'angolo del corridoio dal quale era venuto. “Grazie. Prego. Ma si figuri. Non c'è di che. Saluti a casa.”
L'interruttore automatico scattò e la luce si spense. Luigina strisciò i piedi fino al portone, trovò il pulsante di apertura e in un momento era fuori nella pioggia.
Mentre apriva l'ombrello vide le strisce di plastica bianche e rosse che delimitavano il parco giochi per i più piccoli. Anche il campo di calcetto era sigillato, tutte le aree all'aperto dell'oratorio erano state chiuse, non ci aveva fatto caso arrivando, sarà stato per l'ombrello azzurro che le riduceva il campo visivo, sarà perché il portone della canonica si apriva su un cortile interrato, stretto e buio anche di giorno, oppure perché quando era a Milano staccava la spina e ignorava volutamente ogni riferimento al lavoro.
Mezzora dopo era sprofondata in poltrona a casa di sua cugina Germana.
“Ma chi è quel tizio che sembra il cameriere degli Addams” disse. Aveva preparato il té per entrambe e aveva messo il vassoio sul tavolino del salotto. Legno di frassino, centrini ricamati sotto piccoli soprammobili di cristallo e argento: una rana, una cane bassotto e un piattino ex bomboniera, ex posacenere, ex pezzo d'arredamento, tutto nelle stesse posizioni di sempre, senza un granello di polvere. Germana viveva nella casa che era stata dei genitori da quando Luigina aveva memoria, o per lo meno da quando si erano ritrovare dopo gli anni dell'adolescenza, quando veniva a trovare gli zii di Milano durante le vacanze di Natale, come se in mezzo non ci fosse stato niente. E invece.
“Chi Nino? E' il sacrestano” disse Germana scuotendo la testa. “E' qui dai tempi.”
Luigina aprì il coperchio della teiera per controllare il colore dell'infuso, le piaceva leggero e profumato.
“Ma gli manca qualche cosa?”
“Una rotella, dici?”
“Eh.” Versò il té nelle tazze.
“Bè. Insomma. Non è un chiacchierone. Però.”
“Ah, se lo dici tu. Piuttosto, come mai il nastro segnaletico dappertutto?” prese un biscotto di quelli che aveva portato da Torino.
“Non te l'ho detto?”
“Cosa?”disse con la bocca piena.
Germana mise due cucchiaini di zucchero, versò un po' di latte e mescolò.
Luigina la guardava.
“Hanno trovato uno morto impiccato nei giardinetti dell'oratorio.”
“Suicidio?”
“Forse no.”
Luigina appoggiò la bocca alla tazza, prese un piccolo sorso e la rimise giù. Scottava.
“Dunque c'è un delitto. Forse. Lo conosci?”
“Lo conoscevo sì.”
“Ma dai.”
“Lo conoscevo piuttosto bene. Prima che sparisse nel nulla quarant'anni fa.”
“Ah, però.”
“Eh sì. Padre Mecchi. Mecchi Enzo. Io non abitavo ancora in questa casa, stavo a porta Romana con i miei genitori e non ero ancora nemmeno laureata, facevo il tirocinio dalle suore qui di fronte, le Madri Pie. Non c'è più il convento, hanno lottizzato la proprietà e ci hanno fatto degli appartamenti. Ma una volta c'era l'asilo e la scuola elementare, un piccolo collegio con qualche interna, una decina o forse meno. Io facevo il doposcuola, c'era questo padre Enzo e poi era successa la disgrazia e lui aveva abbandonato la tonaca e se ne era andato via, in America dicono, o in Abruzzo.”
Luigina si era tolta le scarpe. Infilò i piedi sotto la copertina scozzese messa lì per riparare la poltrona.
“E perché sospetti che non sia suicidio?”
“Mah. Non mi sembrava il tipo. Poi non so, sono passati quarant'anni, magari mi sbaglio. I fatti sono che è morta sua madre e lui è tornato per il funerale, ma anche per sistemare le cose. Poi, una settimana fa l'hanno trovato là appeso.” Prese una sorsata di té.
“Hai detto che era successa una disgrazia.”
“Sì. Eleonora Ribbi era morta in chiesa.”
“Mamma mia.” Luigina alzò le mani al cielo, rovesciando gli occhi all'indietro.
“Se non ti interessa non te la racconto.”
“Ma sì che mi interessa, dai. Scherzavo.”
“Eleonora Ribbi era strana. Lavorava dalle suore, lavava i piatti, puliva le camerate, dava una mano in cucina. Era una specie di sguattera. Le suore l'avevano presa da un orfanotrofio quando era una bambinetta, la facevano lavorare perché non era portata allo studio, dicevano. Era molto bella ma sciocca. La tenevano sempre chiusa perché avevano paura che si rovinasse, sai com'è. Era come una bestiolina. Se ne stava sempre sola, quando non doveva lavorare andava nel prato dietro la chiesa a cogliere le margheritine e quei fiori gialli del tarassaco, sai, e anche le violette selvatiche, faceva dei mazzetti e li portava alla statua della madonnina in giardino. Quando c'erano i matrimoni la mandavano là per cantare e lei scappava sul sagrato e prendeva su il riso che buttavano alle spose, faceva una sacca con la gonna e ce lo metteva dentro, come certe stampe delle contadine seminatrici, chissà dove l'aveva visto fare. Te l'ho detto che era strana. Aveva i capelli biondi e una pelle così bianca e trasparente che si vedevano le vene sulla fronte. Aveva gli occhi azzurri e le ciglia chiare chiare. Poi guardava gli uomini in un modo che li faceva arrossire a loro, non aveva paura di nessuno. Per quello le suore la tenevano stretta.”
Germana si accomodò meglio lo scialle che la avvolgeva tutta, Luigina appoggiò la testa allo schienale della poltrona.
“Ma qualche cosa deve essere successa. Una notte non è tornata a casa, insomma nel convento, e la mattina dopo l'hanno trovata morta in chiesa. Dissanguata dicono. Forse un aborto riuscito male, a quei tempi là era così: o il prezzemolo o il ferro da calza. Non si è mai saputo. Le suore hanno messo tutto a tacere. Padre Enzo è sparito subito dopo, o qualche settimana dopo. Io mi sono laureata. Ho insegnato un po' lì dalle suore, poi ho vinto il concorso e sono passata di ruolo, sono andata alle scuole pubbliche. Ho fatto tre cicli alla Muzio ma ho continuato a frequentare questa parrocchia, mi ero affezionata. Sono cambiati tre parroci nel frattempo: padre Antonio, padre Giacomo che adesso è morto e padre Ottavino che è quello attuale. Padre Antonio abita ancora qui nel quartiere. Anche lui è in pensione da un po' di anni, l'avevano mandato a Tortona e poi è tornato qui.”
Germana aveva allungato le gambe e appoggiato le mani in grembo. Guardava verso la finestra come se potesse andare oltre, attraversare il vetro e il tempo. Ma il buio nero rifletteva solo le sagome di quello che c'era dentro la stanza.
“Perché non me l'hai detto subito? Avevi paura che mi mettessi a ficcanasare?” disse Luigina picchiettandole la mano.
“Mah. No. Te l'avrei detto. Sei arrivata solo stamattina. Pensavo di raccontartelo con calma stasera a cena.”
“Germana, tu non me la conti giusta. C'entri qualcosa?”
“Ma no.”
“E dai.”
“E' una storia vecchia. E ormai è morto. “
“Padre Mecchi?”
“Enzo, sì. Era una persona speciale e non avrebbe dovuto finire così.”
“Hai continuato a frequentarlo?”
“Ma no. Era sparito.”
“Quindi sei rimasta fedele a una storia impossibile di quarant'anni fa.”
“Lo vedi? Anche in vacanza non smetti di fare l'ispettore capo Pietrobono. Sono tutte cose finite, sono storie dell'altro secolo. Enzo era un intellettuale, una persona di un livello stratosferico rispetto a tutti gli altri, ma anche rispetto alla missione cui sembrava destinato. Uno studioso, un uomo colto. Ci credo che poi non era capito. Diceva messa alle sette di mattina, c'erano solo le vecchiette insonni, che cosa potevano capire delle sue prediche? Citava San Tommaso D'Aquino, Sant'Agostino. Nessuno le capiva le sue prediche.”
“Tu forse lo potevi capire.”
“Io sì, forse. Però io non ero graziosa.”
“E quindi?”
“Quindi niente.” Germana prese a dondolarsi avanti e indietro. Luigina guardò a sua volta fuori, verso la finestra che dava sulla rotonda che una volta era un semplice incrocio a tre vie, da una parte la chiesa di Sant'Angela, dall'altra parte le Madri Pie e sul terzo lato il complesso di case rosa a due piani dove abita Germana.
“Dai. Vado. Lasciami andare a far la spesa che stasera cucino io.”

Luigina aveva comprato due orate, all'ultimo ci aveva aggiunto quattro capesante come antipasto, Carlo il pescivendolo di via Cagliero le vendeva già gratinate da mettere in forno. Aveva preso il pane e anche un pezzo di strudel. Il vino bianco l'aveva portato da casa al mattino. Non si capisce perché due donne sole non debbano trattarsi bene, diceva sempre mettendo le mani sui fianchi. Poi era una cenetta semplice, bastava che il pesce fosse fresco e ben condito, il forno caldo e il vino freddo.
Apparecchiò in cucina ma mise la tovaglia di fiandra e i bicchieri del servizio. Germana la guardava andare avanti e indietro tra frigo e bancone come se fosse a casa, non sbagliava un cassetto. Pensò che la prossima volta che fosse andata a Torino per il festival le avrebbe cucinato qualche cosa di speciale invece di uscire come facevano sempre. Poi forse no, era sempre Luigina a prendere in mano la situazione, organizzava aperitivi, cene etniche o spuntini nei locali lungo il Po, c'è una differenza tra essere in pensione oppure ancora nel giro del lavoro. E poi, in fine, a lei non dispiaceva lasciarsi coccolare, un paio di volte l'anno.
“Smettila di versarmi il vino. Mi vuoi proprio far parlare eh.” Ridacchiò Germana. Spinse via il piattino con le briciole del dolce e si appoggiò allo schienale. Aveva le guance rosse e la voce squillante.
Luigina alzò i sopraccigli e si puntò un dito al petto, come dire chi io? con l'aria più innocente che riusciva a recitare. Era curiosa sì, ma non aveva fretta, sarebbe rimasta qualche giorno a Milano. E poi, in caso, poteva fare un salto a trovare i colleghi al commissariato di via Schiapparelli, magari prima di partire, tanto ci passava davanti andando alla stazione.
“Vuoi il caffè?” chiese invece, a titolo di risposta. “Hag, ovviamente.”
“Sì, ma solo se lo prendi anche tu.” Luigina sì alzò e si mise a trafficare davanti al lavandino.
“Giocavamo a bridge. Due o tre sere alla settimana.” riprese Germana dopo un po'.
“Tu e chi? Oltre a Mecchi, immagino.” Luigina aveva messo la moka sul fornello. Prese le tazze direttamente dallo scolapiatti, mise in tavola la zuccheriera.
“Sì. Io, Enzo, la Madre superiora e Padre Antonio, il parroco.”
“Eleonora?”
Germana sorrise, scosse la testa: “No, Eleonora stava lì nei dintorni ma non sarebbe stata in grado. Disegnava, oppure cantava a bassa voce. La Madre se la portava per tenerla d'occhio. Giocavamo un paio d'ore, dalle otto di sera alle dieci, non di più. Le suore mangiavano presto e noi ci adattavamo.”
“Giocavate al convento, quello che adesso non c'è più?”
“Qualche volta giocavamo lì, nell'ufficio della Madre. Ma di solito andavamo in canonica. Nino ci preparava i panini.”
“Chi? Lurch?”
“Dai, povero Nino,” rise Germana. Luigina versò il caffè.
“Una volta non era così. Cioè. E' sempre stato un po' chiuso di carattere.”
“Intendi dire muto?”
“Sciocca.”
“Bè, doveva essere una bella corte dei miracoli, questo gigante silenzioso, la vispa Eleonora saltellante sul sagrato, il pretino intellettuale...”
“A me sembrava tutto normale. Piuttosto normale.”
“Già. Comunque. Chi era stato?”
“Eleonora? Nessuno ha mai sostenuto che non fosse morta di morte naturale.”
“No, volevo dire chi era stato a...”
“A metterla incinta? E chi lo sa. Avrebbe potuto essere chiunque.”
“Ma anche nessuno. Non mi avevi detto che le suore la tenevano d'occhio?”
“Sì. Infatti è strano.”
“Doveva essere per forza qualcuno che conosceva bene, altrimenti forse non si sarebbe lasciata avvicinare”
“Tolto Nino che era un ragazzo a quei tempi e faceva il chierichetto, gli altri uomini con cui aveva confidenza erano solo Padre Enzo o il parroco. Mi sembra improbabile.”
“Già. E di Padre Enzo che mi dici. A parte il fatto che ti piaceva, l'ho capito sai.”
“Sì, mi piaceva. Parecchio. Ma non ho mai lasciato intendere niente. La sua natura umana era fuori discussione per me, era un sacerdote, capisci? Poi io stessa mi sentivo fuori discussione. Te l'ho detto.”
“E dopo la morte di Eleonora lui fuggì via. Non ti ha mai impensierito questa cosa? Nessun dubbio? Sospetto?”
“Sono andata via anch'io. Quel fatto ci ha sconvolti e dopo niente è stato più come prima. Forse la gravidanza ancora più della morte. Erano anche altri tempi. Abbiamo smesso di giocare, quelli di noi che erano ragazzi sono diventati adulti. ”
“E quelli che erano già adulti? La superiora? Padre Antonio?”
“Eh, chi lo sa. Sono rimasti sconvolti anche loro.”
“Un altro pianeta, a pensarci.”
“Già. La mamma di Enzo ha continuato a frequentare la parrocchia, anche quando lui è sparito. Era già vedova, abitava in una di quelle palazzine di piazza Farina, proprio dietro la chiesa.”
“Quelle al confine con l'oratorio? Dove è stato trovato il corpo?”
“Sì, quelle case lì. Lei stava al secondo piano, la palazzina D mi pare. Pensa che erano anni che non si muoveva più di casa.”
“Davvero? E chi si occupava di lei?”
“Un po' tutti. Le signore della San Vincenzo, le catechiste, quelli che frequentavano la parrocchia. Chi aveva una mezzora passava a trovarla, le portavamo la spesa, le facevamo i piatti. Oltre all'artrosi che le aveva deformato le ossa, non ci sentiva quasi più. Lasciavamo la chiave di casa e del portoncino dentro lo sportellino del contatore, in cortile sul retro della palazzina. Per comodità, lei non sarebbe venuta ad aprire: non sentiva il citofono.”
“E quando è morta è tornato Enzo.”
“Sì. Deve essere sempre stato in contatto, in qualche modo, da lontano.”
“Quando è morta? Voglio dire, molto prima del figlio?”
“Mah. Due o tre settimane fa. Un mese forse. Andiamo a letto? Anche se non ho fatto niente in tutto il giorno sono così stanca.”
“Vai tu. Io sto ancora un po' su. Mi guardo la posta sull'iPad.”
“Allora buona notte.”
La mattina dopo c'era il sole. Era venerdì, Luigina si offri di andare al mercato di via Stresa a fare scorta di frutta e verdura. Uscì verso le nove e mezza, ma prima di andare a fare la spesa attraversò la rotonda per dare un'occhiata al cortile dell'oratorio. Le strisce di plastica bianche e rosse ornavano il cancello del campetto e la ringhiera del terrazzino sopra il cortile. Sembravano quelle fasce colorate che mettono quando è la festa del paese o del santo parrocchiale, luccicavano ancora per la pioggia del giorno prima. Fece il giro dei giardinetti pubblici e attese che una macchina uscisse dal cancello del complesso di palazzine di piazza Farina per poter entrare. A sinistra c'erano quelle verdi e a destra quelle marroni, in tutto una dozzina di case, in ogni casa sei famiglie, due per piano. Solo un'occhiata da fuori, si disse. Ma lo sapeva che non era vero.
Trovò la palazzina D, girò intorno e vide il gabbiotto dei contatori. Le chiavi erano ancora lì, dentro lo sportellino. Si mise i guanti di pelle e si guardò intorno. Non c'era nessuno. In un momento fu nell'androne, sulle scale, davanti alla porta.
“Ah, però.” disse a mezza voce.
C'erano dei sigilli sulla porta. Ma erano rotti. Prese dalla tasca il telefono, si fermò un momento a pensare. Avrebbe potuto chiamare Tropeano, una vecchia conoscenza attualmente in Fatebenefratelli. Ma anche no. Fece tre o quattro foto della porta e dei sigilli rotti, infilò la chiave e entrò.
Chiuse la porta e aspettò di abituare gli occhi alla penombra. C'era odore di naftalina, di acqua di rose e di polvere. Rimase ferma ad ascoltare il respiro della casa. A quell'ora gli altri inquilini erano probabilmente al lavoro o a scuola, il traffico di via Cagliero era molto lontano, i giardinetti deserti, c'era solo silenzio. Usò il dispaly del telefono per illuminare intorno. Un breve corridoio rettangolare e cinque porte. Aperte. Dal bagno arrivava un po' di luce, le altre erano buie. “Una rapida occhiata e non di più”, disse piano. Entrò in bagno, la prima porta alla sua destra. Era un locale stretto e lungo, con i sanitari opachi, la vasca corta, una striscia gialla nel water. Invece di una finestra normale c'era un finestrino in alto e non era provvisto di tapparelle. L'unico pezzo di arredamento, un mobiletto pensile con le antine a specchio appeso sopra il lavabo, era aperto e il suo contenuto sparso sul pavimento.
Tornò in corridoio e prese la seconda porta: la cucina. Fece girare la scarsa luce del telefonino, sufficiente per vedere gli sportelli aperti e gli oggetti sul tavolo e sul pavimento: piatti, pentole, suppellettili. Tutto sparso disordinatamente, le era abbastanza chiaro ormai che chi aveva rotto i sigilli e era entrato per cercare qualcosa aveva avuto una certa fretta.
Lo stesso scenario in sala, poi nella cameretta e nella camera matrimoniale: oggetti sparsi dappertutto e polvere sui mobili. Il letto era stato disfatto, il materasso arrotolato, si vedeva il pavimento di parquet attraverso la rete. E sul pavimento, dall'altra parte del letto, tra il muro e il comodino, si notava una forma nera, rotonda. Come una specie di disco, ma opaco. Si avvicinò con la luce. Era di stoffa o panno nero, era un basco.
“Ma quel cappello lì, a parte Terence Hill quando fa Don Matteo, c'è qualcun altro che lo porta?”
Lo sollevò da una parte con due dita, solo per guardare sotto. Niente, sotto il basco non c'era nulla, solo polvere: da quell'angolazione, con la luce radente del telefonino, vedeva ogni singolo granello.
Si rialzò, “Sto rischiando di inquinare una scena, meglio filarsela. Poi vediamo se è il caso di chiamare i colleghi.”
Ma prima fece un po' di foto: il cappello sotto il letto, l'armadio aperto, gli sportelli in cucina. Prima di andar via guardò ancora sotto al basco, per vedere se c'era un'etichetta, una marca. Seguiva il suo istinto, non sapeva ancora perché lo faceva ma l'avrebbe saputo. Fece qualche altra foto e uscì, sperava di aver lasciato tutto come l'aveva trovato. Rimise le chiavi nella stessa posizione e andò al mercato.

eds giallo un esercizio di scrittura ah guarda la gente sola

Le bancarelle sui due lati della via Stresa erano piene di gente, specialmente quelle di frutta e verdura. Dall'altra parte c'erano gli ombrelloni giganti dei venditori di abiti, biancheria, scarpe. Luigina si fermò a guardare le tendine di finto pizzo, prese in mano un cuscino di raso giallo con gli inserti di colore più scuro, tono su tono, valutò se poteva accompagnarsi con le poltrone damascate di sua cugina, lo rimise giù. Poi c'era quello che vendeva le calze, poi una serie di cinesi con maglioncini, tutti uguali, a cinque euro. Il centro della strada era ingombro, il sole aveva stanato le massaie e i pensionati del quartiere. Tutti camminavano piano e si impicciavano a vicenda perché chi voleva andare verso via Melchiorre Gioia si trovava davanti quelli che volevano andare in via Angera e viceversa, quindi si sfioravano, si fermavano o si urtavano, a seconda. Le bancarelle dei fruttivendoli erano ovviamente le più affollate. Ne scelse una con cinque o sei signore in fila, se c'è ressa vuol dire che costa poco o almeno che la roba è buona. Preso il suo posto nel giusto ordine delle cose, riprese a guardarsi intorno e lo vide. Davanti al banco di quello che vendeva borse, sciarpe e cappelli c'era il sacrestano logorroico che si guardava in uno specchio tenuto su dal venditore. Si stava provando un basco nero.
Ah, però. Quindi non lo sapeva, pensò accarezzandosi il mento.

Con tutte quelle verdure, per cena aveva preparato il minestrone, aveva fatto saltare i crostini di pane nel burro, al diavolo il colesterolo, e di secondo uno sformato di carciofi.
“Tu mi vizi. Come farò la settimana prossima senza di te?” bamboleggiò Germana.
“Se vuoi ti dico come farò io: due sofficini nel microonde alle undici di sera, andar bene quattro salti in padella.”
Versò il Dolcetto d'Alba riserva.
“Bevi, bevi che poi dormi bene,” disse, e alzò il bicchiere.
“Mi vuoi far sbronzare. Cosa vuoi sapere ancora.” sorrise la cugina.
“Voglio sapere perché hai detto che non era suicidio. Sul giornale c'è scritto che lo era.”
Germana alzò gli occhi al cielo.
“Ho detto che forse non lo era. Una mia impressione. Mi pareva improbabile che lo fosse.”
“Oppure perché sapevi che c'era qualcuno che aveva i suoi buoni motivi per farlo fuori” disse Luigina scuotendo la testa, con un sorriso così compiaciuto che lasciava intendere molto. Molto di più.
Germana sbuffò. Incrociò le braccia sul petto, alzò il mento.
“Bè, se sai già tutto è inutile parlarne.”
Luigina la guardò con gli occhi sbarrati.
“Cara cugina, io niente so.”
Si tolse il tovagliolo e lo sbattè sul tavolo.
“In questi ultimi dieci? Venti? Anni, abbiamo imparato a vederci ogni tanto, una volta da me a Torino perché ti piace il cinema, una volta da te a Milano perché mi piace il panettone.” Si alzò, prese il piatto di Germana, lo appoggiò sopra il suo e li mise entrambi nel lavandino.
“Non ci siamo mai dette tutto,” continuò dandole le spalle, ”perché il pezzo di vita che condividiamo è quello che è: film, cose buone da mangiare e poco altro, come i nostri padri del resto, che anche se erano fratelli hanno avuto così poca confidenza tra loro quando erano vivi che mi stupisce ci abbiano presentate.”
Si voltò, il sedere appoggiato al lavandino, le mani nelle tasche del grembiule che aveva messo per cucinare.
“Io non ti ho detto niente niente dei miei amici, dei miei amori e lo stesso, immagino, hai fatto tu. Se hai avuto anche una storia con l'ex Padre Mecchi Enzo sono stati affari tuoi e non te ne chiederò certo conto, nemmeno me la prenderò se non me l'avevi confidato." Sporse le labbra, come a fare il broncio.
"Ma adesso è diverso. Se sei a conoscenza di fatti o circostanze che possono, come dire, interferire con il mio lavoro, se sei implicata, se hai delle responsabilità anche tu... bè. Se io non so come stanno le cose, voglio dire, la tua posizione, il tuo ruolo nelle cose, come posso darti una mano?”
Germana emise un gemito, poi un sospiro.
“Ero in contatto con Enzo, lo sono sempre stata. Lui si era allontanato dopo la morte di Eleonora, un po' perché era rimasto scioccato, come tutti noi, e un po' per via di Nino.”
“Nino.”
“Nino. Era convinto che fosse stato Enzo a sedurre Eleonora, lui ne era innamorato, un po' tutti in qualche modo la volevano, te l'ho detto.”
“Aspetta. Non abbiamo niente da bere in questa casa? Oltre al vino intendo.”
Germana fece segno col mento verso la credenza, Luigina trovò una bottiglia di Gran Marnier chiusa, la aprì con le sue forti mani da poliziotta e ne versò due dosi generose nei bicchieri da cucina.
“Continua,” disse dopo essersi seduta di nuovo al tavolo e averne buttata giù una bella sorsata.
“Enzo si era tolto di mezzo anche perché Nino aveva ragione, era vero che era stato lui a mettere incinta Eleonora, era lui che aveva sbagliato e quindi era giusto che lasciasse il campo. Lei era minorenne, ma non solo. Era anche, come dire...”
“Minus habens.”
“Eh, a voler essere generosi. Ma comunque tutto questo non se l'erano mai detto. Nino non l'aveva seguito, non l'aveva cercato, gli bastava che stesse fuori dal giro, lontano. Nino lo sapeva che Enzo era in contatto con me e con sua mamma. Sapeva anche che qualche volta, molto raramente, era stato a trovarla, di nascosto. Quando era tornato dal Perù, per esempio. Si era creato anche un certo precario equilibrio. Poi la mamma di Enzo cominciò a stare male, non usciva più di casa, aveva bisogno di soldi e assistenza. Enzo le accreditava tutto quello che poteva su un conto cointestato alla cariplo. Ha passato dei momenti veramente difficili. Si rammendava i calzini da solo per risparmiare, lo so perché me l'aveva scritto, le dava tutto quello che aveva. Ha fatto un po' tutti i lavori, insegnava spagnolo nelle scuole private, scaricava le verdure all'ortomercato, di tutto. Aveva dato un bancomat a sua mamma, in modo che potesse prelevare quando la pensione non bastava. Poi lei ha smesso di uscire, ha dovuto appoggiarsi un po' alla carità di chi c'era. Nino, tra gli altri. Non so come mai. Cosa possa essere successo, non ho idea.” Guardò dentro il bicchiere, poi alzò la testa e continuò con voce sommessa: “Negli ultimi tempi Nino si era preso il bancomat e aveva prelevato cifre sempre più importanti, esagerando.”
“E così Enzo, quando non c'era più la mamma di mezzo ha cercato di affrontare Nino ma ha avuto la peggio” concluse Luigina.
“Probabilmente è andata così. Anche se si era accorto degli ammanchi già da tempo, si limitava a rimettere nel conto un po' di soldi, pochi alla volta, in modo da permetterle di campare. Non era un vigliacco, credimi: l'ha fatto per rispetto. Non so se puoi capire.”
“Non lo so se posso capire. C'è un assassino laggiù,” disse indicando la finestra “dall'altra parte della rotonda. Anche un po' ladro, a voler essere pignoli. Che motivo hai di proteggerlo?”
“Eh.” sospirò. Si passò una mano sulla bocca, si strizzò le labbra, come se volesse chiuderle. Scosse la testa, nemmeno lei ci credeva. Forse.
“E' una forma di fedeltà.”
Luigina Pietrobono si coprì la faccia con le mani.

Sabato mattina presto il cielo azzurro preannunciava un'altra giornata di sole. Gli uccellini saltavano da un ramo all'altro delle magnolie nei giardinetti di piazza Farina e cantavano alla primavera incombente, rigogliosa e piena di promesse. Luigina Pietrobono era salita per tempo sul regionale veloce delle otto e diciotto. Alle dieci e dieci era arrivata a Torino Porta Nuova. Non si era fermata in via Schiapparelli dai colleghi. Non aveva raccontato niente del basco, dei sigilli violati e del sopralluogo segreto, vai a sapere cosa era andato a cercare là prima di lei, forse le tracce dei suoi pasticci col bancomat della signora Mecchi? Comunque non c'erano abbastanza prove e se anche ci fossero state le avrebbero trovate i colleghi di Milano, non erano affari suoi, ma soprattutto della cugina Germana che non aveva fatto niente di niente.
Ma poi. Non aveva più importanza: erano tutti soli e nessuno si salvò.

 

(Volevo fare una fan fiction di A che punto è la notte, dei miei amatissimi Fruttero e Lucentini. Ho preso quindi come protagonista del mio giallo il personaggio di Luigina Pietrobono ma lei mi si è ammutinata e ha rivelato una personalità tutta sua, forse per via degli anni trascorsi da quella volta. Chiedo scusa se di lei è rimasto solo poco più che il nome, la professione e, forse, l'indirizzo di casa. La canzone dei Beatles è questa e se non l'avevi capito mi faccio suora.)

 

 

scrivere è il mio gioco preferito

"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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