Seconda chance

Si tratta di testi già pubblicati altrove o altroquando

  • Il negozio

    Dopo molti ripensamenti, Jack si decise e spinse la porta a vetri del negozio.
    Un uomo di mezza eta', con la faccia divaricata da un ghigno che voleva sembrare cortese, lo osservava da dietro un bancone:
    -Buon giorno, posso aiutarla?
    -Son venuto per dare una mano
    -Molto bene. E in che misura?
    -Considerevole, direi.
    -Vedo. Si accomodi, prego. Mi segua nel retro.
    La stanza era piccola, pulita, ben illuminata.
    -Ecco, si sieda e si rilassi. Faremo in un attimo.
    La poltrona era morbida, avvolgente. Una musica insipida usciva da diffusori nascosti chissa' dove. Appoggio' le braccia agli appositi sostegni e chiuse gli occhi. Pochi secondi ed era tutto finito.
    Rientrarono nel negozio.
    -Tenga, e ritorni quando vuole !
    -Grazie.
    Con il moncherino cercava di tenere fermo il portafoglio contro l'ascella, mentre con l'altra mano inseriva le banconote.
    -Scusi, non ci sono ancora abituato.
    -S'immagini, e' naturale! Faccia pure con calma.

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  • L'ortensia

    Esco in terrazzo. Non sono propriamente irritata. C'e' in fondo in fondo una piccola malinconia latente, che non so ne' voglio definire. Paturnie.
    Guardare le mie foglie fumando una sigaretta, ecco quello che ci vuole.
    Ci sarebbe da piantare l'ortensia nuova, che ho comprato ieri al lago. E' gia' fiorita, pompata di concimi chimici e calore di serra. Azzurro chiaro tendente al bianco. Ci scommetto che poi diventera' rosa, come le altre. Non riesco mai ad avere ortensie del preciso colore che vorrei. Non importa, va bene anche cosi'.
    No, non adesso. Sono vestita da ufficio, e non ho voglia di andare a prendere i guanti. Daro' solo un'occhiata in giro. Magari tolgo qualche rametto secco. O strappo le erbacce, per fare posto alla nuova venuta.
    I mughetti sono tutti aperti, ci immergo il naso e respiro. Funzionano ancora, funzionano sempre, ogni anno rinascono, e io non devo far altro che stare a guardare, incredula. Sono gli stessi che annusavo da bambina sul balcone di mia nonna. Lo stesso vaso, una zolla compatta piena di bulbi. I mughetti di mia nonna funzionano ancora, e hanno piu' di vent'anni, forse trenta.
    L'ortensia pero' e' un po' moscia, se non la trapianto dovrei bagnarla, ma se l'annaffio poi faro' piu' fatica a staccare la zolla dal vaso.
    No, magari piu' tardi. Non basta fare il buco con la paletta, devo anche sradicare quella mezza morta che c'era prima. Provo a tirare il cespuglio, ma e' saldo, non vuole. Tolgo fili d'erba verde pallido e altri teneri arboscelli indesiderati, che sono qui per soffocare la mia ortensia, per rubarle spazio, acqua e nutrimento. Cavo via la terra con la paletta, tento di circoscrivere la zolla. Resiste caparbia.
    Hai capito male, non e' ancora nata la radice che puo' farmi desistere.
    Infilo le mani sotto la base e cerco di strappare le diramazioni piu' fini. Appoggio un piede sulla vasca e tiro con tutto il peso, facendo leva, ma solo un rametto si spezza, e per il contraccolpo cado all'indietro, in mezzo alla terra schizzata.
    E no eh, cosi' non vale.

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  • La Traversata

    Un testo per il laboratorio di Laura Lepri, l'esercizio riguardava il punto di vista, che doveva essere del genere opposto al proprio, dunque nel mio caso si trattava di scrivere al maschile. Poi io ci ho messo dell'altro, come spesso succede.

    edit agosto 2017

    Il cielo era giallo, dall'orizzonte alla linea netta del fronte freddo nuvole nere si pressavano compatte. Il vento contrario alla marea discendente arruffava le onde che con piccoli guizzi argentei increspavano appena il mare grigio. Michele si fermò all'inizio della spiaggia sassosa a guardare Cowes e il canale, annusando l'aria. Poi si volse verso la Victory e carezzandone la prua lucida come un pianoforte da concerto girò intorno allo scafo dalla parte dove era appoggiata la scala.

    Salendo in coperta aveva annuito, come ogni volta del resto, al pensiero che la carena era la parte meglio riuscita di tutto il lavoro. Quando aveva rilevato il ketch - o quello che ne restava - nemmeno lui aveva previsto un risultato così soddisfacente. Le barche in legno non muoiono mai, gli aveva detto il vecchio guardiano del cantiere, l'unico che non aveva scosso la testa davanti a quel rottame mezzo sfasciato. Anche se, in verità, della barca originale era rimasto ben poco: aveva sostituito metà delle ordinate, il dritto di prua e quasi tutti i corsi del fasciame. Aveva aggiunto delle paratie interne per irrigidire lo scafo e le cabine erano state ridisegnate con criteri più moderni. Aveva fatto tutto da solo, unendo il tempo alla pazienza di chi vede lontano.
    Il piano di coperta, l'attrezzatura e gli alberi nuovi erano stati la spesa viva più consistente che aveva dovuto affrontare. Anche se stonavano un po' con le linee d'acqua così classiche della Victory lui non se ne dava troppo pensiero: sapeva che con la barca in acqua non si sarebbe notato.

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  • Naso marcio

    Questa è una favola che mi raccontava la mia mamma quando ero piccola. Non è molto conosciuta, tant’è vero che non è riportata nemmeno da Italo Calvino nelle sue Fiabe Italiane. L'ho scritta su commissione e tutte le parti in rima (il coro) sono mie: me l'aveva chiesta un amico che voleva mettere in scena un testo originale per una festa all'oratorio, non ho mai saputo come è andata a finire.

    Se alle volte è un po’ allusiva, non abbiatevene a male: quello che non capiranno i bambini, divertirà di più gli adulti.
    Sono stata abbastanza fedele al racconto, arricchendone solo qua e là i dialoghi; ho abbondato nelle descrizioni fuori testo, pensando di facilitare la messa in scena: ovviamente le mie note sono solo indicative.

    Se hai già letto il post "Fiat 124" potesti notare qualche somiglianza ma non è strano, le favole sono favole...

     

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  • Piove e tira vento

    Piove e tira vento. Mi tocca uscire, cerco nel mucchio di ombrelli spiegazzati il meno rotto e mi avventuro nella bufera. Ho preso quello a spicchi colorati.
    Ha solo una stecca spezzata, e il moncherino mi pende sulla testa. E' un peccato perche' e' un bell'ombrello allegro, piu' lungo e piu' grande del normale, ripara bene la pioggia e non si perde quando viene infilato in quei portaombrelli affollati, si nota subito il suo bel manico di plastica verde che li sovrasta tutti, gli altri ombrelli di lunghezza banale. E' un peccato che non possa farlo riparare. L'ombrellaio e' una razza estinta, proprio come il muleta e lo strasce': oggi non val piu' la pena di riparare niente: la roba vecchia, ma anche solo imperfetta, si sostituisce con quella nuova.

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  • Prendere il largo

    La barca bianca e celeste si stacca dal molo. Scivola veloce e sicura sull'acqua calma. Intorno a me l'assolata inoperosità della domenica pomeriggio. Windsurf stesi sulla riva. Tre signore in costume chiacchierano sullo scivolo di cemento, con i piedi in acqua. I soliti sfaccendati, appoggiati al parapetto, guardano le barche uscire o rientrare. Criticano le manovre lanciandosi l'un l'altro sguardi di intesa e indossano l'aria di chi avrebbe saputo fare molto meglio. La brezza leggera accarezza la mia pelle abbronzata troppo in fretta, ma è un refrigerio ingannevole.

    -Mamma, vorrei sistemare un po' la mia camera.
    Non ero sicura di aver capito bene. Riordinare "spontaneamente" quella specie di retrobottega di rigattiere che per abitudine continuavamo a chiamare camera di M.?

    Arrivata all'altezza del frangiflutti la piccola randa passa e la barca bianca e celeste accosta a sinistra. La manovra ha solo una lieve incertezza, poi riprende la sua rotta. Non lontano un uomo con la muta e le bombole sta per immergersi. Siede sul bordo di un gommone dando le spalle all'acqua. Tenendo una mano sulla maschera si rovescia all'indietro e sparisce tra gli spruzzi.

    Guardavo la fila di scatoloni allineati in corridoio. Bambole, peluche, mobili in miniatura. E poi piattini, pentoline, una cucinetta completa, perfino il cavallo a dondolo.
    -M., ma sei sicura di voler dare via tutta questa roba?
    Mia figlia mi sorrideva bonariamente, con la pazienza di quello che spiega a chi non vuol capire:
    -Ne ho tenute quattro, le mie preferite. Per ricordo. È tanto che non ci gioco più. Il cavallo lo passo a F.

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  • Primo appuntamento

    (Quando le uebcam non erano state ancora inventate...)

    Si incontrarono, dopo tre mesi di mail appassionate, di precise raffigurazioni anatomiche, di sbilanciamenti erotico-sentimentali.

    Si erano anche scritti -ti amo-.

    Ma non si riconobbero, e tirarono dritto.

    Mica si puo' dire tutto!

     

    Primo appuntamento

    (Questo è un racconto pubblicato nel secolo scorso per l'editore Ellin Selae che pure esiste ancora, nato da un esperimento di Fabula.it)

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