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istituto dei ciechi francesco gavazza, foto di Donato MatturroA proposito dei cinque sensi, ieri sono stata a Bologna e ho visto tantissimi ciechi, non ne avevo mai incontrati tanti tutti insieme. Va detto che la questione dell’accessibilità, vale a dire l’abbattimento delle barriere di ogni genere, non riguarda solo ciechi, anche i sordi, chi ha difficoltà motorie e gli ipovendenti come del resto sono anche io.

Ci vedo male e quando faccio le foto mi affido alla messa a fuoco automatica del mio smartphone, che su questo ci sa fare molto più di me, ma poi confesso che per sapere quali sono le foto venute meglio mi tolgo gli occhiali e lo avvicino a un centimetro dal naso, proprio come faceva il professor Stoian con la sua famigerata agendina, ti ricordi? È stato il nostro professore di matematica in terza e quarta liceo e aveva congegnato dei sistemi tutti suoi per ovviare al suo deficit, che non ho mai capito se ci vedeva male da lontano o da vicino: aveva una mira piuttosto precisa e se chiacchieravi poteva centrarti col cancellino in pieno petto, se eri un maschio, imprimendo una forza niente male che faceva partire un colpo di tosse al malcapitato. Ai maschi distratti poteva avvicinarsi di soppiatto e tirare anche dei bei coppini mentre noi ragazze eravamo esentate, però ci lanciava il cancellino sul banco proprio davanti, in modo da creare una nuvola di gesso che ti imbiancava tutta. Se avevi un maglione nero o scuro ridacchiava contento.

Quale che fosse il suo campo visivo ottimale, di certo qualche diottria gli doveva mancare perché preparava i compiti in classe differenziati, forse a scacchiera o forse distribuiti a caso, abbiamo capito subito che non erano tutti diversi, eravamo in trentacinque e sarebbe stato un bel sovraccarico di lavoro, erano scritti tutti a mano! ma comunque davanti, dietro e di fianco non c’erano mai gli stessi esercizi. Magari era anche un po’ sordo, infatti dopo che avevamo capito che li numerava ci chiamavamo da una parte all’altra della classe e ci impegnavano di più a cercare chi aveva l’esercizio uguale al nostro piuttosto che provare a svolgerlo con le nostre conoscenze. Noi ci sentivano così giovani e forti rispetto a lui ma ripensandoci devo ammettere che forse ci prendeva in giro facendoci credere di poterlo fregare come niente, mentre i fessi eravamo noi che ci sentivamo più abili e padroni dei nostri sensi.

Lo stesso che ti può capitare quando accetti di partecipare a un aperitivo al buio. Ma non anticipiamo...

L’accessibilità in teoria non dovrebbe riguardare anche il gusto e l’olfatto, sono due sensi primordiali che non usiamo consapevolmente per comunicare, o almeno così crediamo. E invece possiamo restare sorpresi.

All'Accessibility Days, la giornata mondiale dell’accessibilità

Dicevo della giornata di ieri e dei ciechi: per forza ne ho incontrati tanti tutti insieme, ero all’istituto dei ciechi di Bologna, un palazzo storico che contiene un museo tattile, che non ho visto ma del resto credo che non sia stato creato per essere visto ma toccato, una biblioteca in braille, quadri antichi e stanze arredate con gran pregio, perfino un organo bellissimo che occupa tutta una parete. In questa sede di alto livello si è svolta la giornata mondiale dell’accessibilità e io ci sono stata con la delegazione della mia associazione Joomla Lombardia per portare il nostro impegno nella diffusione dei siti web accessibili.
C’erano due sale dove si tenevano conferenze in contemporanea, soprattutto sui temi del web, dei dispositivi digitali, dei social rispetto alle difficoltà che possono incontrare le persone con qualche tipo di problema della sensibilità.

 C’era anche una specie di area espositiva, se così si può dire, dove ci era stato assegnato un tavolo e dove stavano anche quelli che progettavano sistemi elettronici di ausilio per ogni tipo di attività. Per esempio avevano stampato in 3D un imbuto speciale che serviva per fare una cosa semplice come versarsi un bicchier d’acqua. Nell’imbuto era montato un sensore elettrico che si accorgeva quando il recipiente stava per riempirsi e emetteva un suono prima che traboccasse. A noi normodotati - o almeno a me - vien da pensare: ma non possono farsi versare l’acqua da qualcun altro? Eh certo, sarebbe anche troppo facile, ma lo sai cosa vuol dire? che se un cieco ha sete, per esempio, è sempre costretto ad aspettare che ci sia lì qualcuno pronto a versargli da bere, e lo stesso vale per ogni minuscola attività quotidiana, a partire dalle più stupide. I ciechi (apposta non dico non vedenti e questa giornata me l'ha confermato) vorrebbero essere trattati come gli altri, ma soprattutto vorrebbero essere autonomi il più possibile, non solo per non dover pesare su qualcuno ma anche per avere più gradi di libertà, per fare quello che hanno voglia di fare quando hanno voglia di farlo. Sembra una banalità ma non lo è, e lo dimostra il fatto che queste persone andavano in giro da sole per le sale di questo evento, picchiettavano davanti con i loro lunghi bastoni terminanti in basso con una pallina e ogni tanto andavano a sbattere piano contro qualche porta, o qualche muro, o qualche altra persona, sedia o mobile che si trovavano davanti e senza scomporsi cambiavano direzione fino a trovare quella giusta per andare dove volevano. I ciechi dei film non vanno mai a sbattere, risolvono enigmi, trovano i serial killer, compongono puzzle senza disegno e sembrano fichissimi ma è una finzione che serve a noi per metterci il cuore in pace. All’inizio questo apparente disorientamento mi disorientava più di loro, poi ho capito che non gli faceva un baffo, non gli importava un fico secco del mio imbarazzo perché non potevano vederlo, e questo piccolo fatalismo almeno lo ricompensava, poco eh.

Sono andata alla giornata mondiale della accessibilita

Noi abbiamo esposto un set di occhiali per simulare certi difetti gravi della vista, per esempio limitazioni del campo visivo, o cataratta, o altre patologie e io li ho anche provati ma credo che niente si possa avvicinare alla mancanza totale della vista.
Stiamo sviluppando dei sistemi per fare i siti web che rendano la vita meno grama a chi ha problemi di vista, per esempio che possano ingrandire i caratteri, oppure che mostrano i contenuto con un contrasto più forte, anche questo mio blog della Donna Camél nel suo piccolo si può configurare per migliorare la visuale, in alto a destra c’è un simbolino con la sedia a rotelle, se lo clicchi ti si aprono le opzioni. Ho provato ad attivare il lettore vocale sul mio mac, è già integrato e si chiama voice over ma è difficilissimo, non ho ancora imparato a usarlo, di certo ho potuto rendermi conto, grazie a una persona che lo sapeva usare benissimo e mi ha fatto una dimostrazione, che non basta che un sito sia accessibile dal punto di vista tecnico ma bisogna predisporre ogni contenuto, ogni parola, ogni immagine pensando anche a come viene resa da questi dispositivi, altrimenti sarà tutto inutile.

Tutto questo rischia di dimostrarsi un insieme di buone intenzioni se non si riesce a comprendere a fondo il significato di quello che manca, e forse è per questo che a coronare la giornata gli organizzatori ci hanno invitati a un aperitivo al buio. Che non è un appuntamento con uno sconosciuto ma proprio un happy hour in una stanza senza luce.

Arriviamo all’appuntamento un po’ in ritardo, gli altri sono già tutti lì. La ragazza che ci accompagna ci suggerisce di tenerci l’uno all’altro e entriamo. Già sulla scala non c’è più la luce, io mi agguanto alla camicia di Lele che mi sta davanti e nel giro di pochi secondi sono già disorientata. Saliamo due rampe, la scala è stretta e poi ci fanno girare a sinistra. Strisciamo i piedi e seguiamo la voce della nostra accompagnatrice: lei è cieca e si muove completamente a suo agio, lo vedi come è facile invertire le parti? Mi sento soffocare, la sensazione più sgradevole è data dal fatto che non capisco quanto è alto il soffitto, i suoni mi sembrano fortissimi e il locale mi sembra piccolissimo. Resisto, pensando che se non ce la faccio posso sempre farmi riaccompagnare fuori, ma devo scacciare il pensiero di come possa essere per chi non si può far accompagnare da nessuna parte.
Dalle voci mi sembra che anche gli altri non sono perfettamente a loro agio, e si può capire. Prima eravamo noi quelli forti e ora siamo inermi come bambini e abbiamo bisogno per ogni piccola cosa. La ragazza ci accompagna al tavolo, ci fa sedere e io penso che ho già voglia ti andare via di qui.
Stefano, che fa parte dell’organizzazione e si capisce che ha già provato questo tipo di esperienza, ci racconta quello che succede. Davanti a noi c’è un piattino con dei formaggi, riusciamo a indovinare di cosa si tratta usando solo le mani? al tatto posso distinguere il pecorino fresco dal parmigiano, ma l’olfatto non mi è molto d’aiuto e fino a che non lo metto in bocca non so giudicare. Riesco a togliere la crosta dal pecorino con il coltello, i formaggi sono buoni ma non saprò mai che aspetto avessero. Arrivano i bicchieri, Vito che è seduto alla mia sinistra me li passa: ci dobbiamo toccare la mano per non rovesciarli, e lo stesso devo fare con Lele che è seduto alla mia destra, lui lo passerà a Donato e tutto questo contatto fisico ci fa ridacchiare.
Penso che non ho mai toccato così tanto i miei amici, per quanto li conosca da anni, ma adesso per comunicare il tatto diventa essenziale, e anche l’udito. Parliamo tutti a voce altissima anche se siamo vicini, abbiamo bisogno di esagerare.
La serata prosegue e dopo i bicchieri già pieni arrivano le caraffe dello spritz che dobbiamo riempire da soli: penso all’imbuto del nostro vicino, penso anche che potrei mettere un dito dentro ma poi è più facile del previsto e vado a orecchio: sento scendere il liquido e qualche pezzo di ghiaccio e mi basta per capire che è la dose giusta: è solo mezzora che sono al buio e già ho imparato a versarmi da bere. Però quando ci portano i piatti confesso che non ci provo neanche a usare le posate: primo perché non ho la più pallida idea di cosa ci sia dentro e poi perché mi è venuta fame. Si tratta di salumi, pezzi di focaccia, torta salata, e poi peperoni e verdurine sott’olio: pasticcio con le mani dentro nel piatto e comincio anche a divertirmi, cerco di indovinare cosa sto mettendomi in bocca ma soprattutto mi sembra di essere tornata bambina: nessuno mi vede, posso stare scomposta a tavola e mangiare come una porcellina maleducata!
Finalmente arriva la fine della prova e portano le candele: si vede la sala con i soffitti a volte, gli altri commensali, i tavoli e ciascuno racconta come se l’era immaginata.
Capisco che in questo locale la cena o l’aperitivo al buio fa parte dell’offerta abituale, non si tratta di un esperimento della giornata mondiale dell’accessibilità ma di un gioco che si può fare quando si vuole. Tanto poi noi si torna vedenti, a differenza della cameriera che resta cieca anche di giorno.

 

 

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"Scrivere è il mio gioco preferito" il mio motto è piaciuto anche all'amica Freevolah che l'ha interpretato così su Instagram.

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