testata camel

Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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aeroplano ultraleggeroIl titolo orignale era "Volo da sola" e si tratta di un esercizio: un compito per il laboratorio di scrittura condotto da Laura Lepri che avevo frequentato verso la fine del secolo scorso. L'indicazione era di rifare "Prendere il largo" ma con il punto di vista interno, possibilmente in prima persona. Dalla vela al volo, così ho fatto.

Edit 6 agosto 2017

Lo so. Sono un'incosciente. Non sono sicura di essere pronta eppure sono qui. Ma se non ci provo non saprò mai se è questo il momento.
Arrivo al capannone nel primo pomeriggio. Ho sparso accorte bugie per garantirmi qualche ora di irreperibilità.
Il signor Pietrone mi aiuta ad agganciare il carrello alla macchina, ma solo quando sono sul viale, prima di aprirmi il cancello, mi chiede:
-E il marito?
-Mi raggiungerà al campetto...- mento, guardando al di sopra della sua spalla.
Guido con prudenza esagerata, attenta a ogni piccola buca, per i cinquecento metri che mi separano dal nostro prato.
Prima di tutto la manica a vento. Pianto il paletto e la stoffa bianca e rossa pende molle, rassicurante.
Poi scarico l'aereo dal carrello e apro i montanti delle ali. Senza fretta e senza pensare a niente le mie mani ruotano tubi, avvitano bulloni, infilano stoffa, controllano dadi. Una sequenza di operazioni automatiche che potrei svolgere a occhi chiusi.
Manca solo la miscela e ho finito.


Mi siedo sull'erba, accendo una sigaretta e guardo l'aereo. Sono pronta? La mia mano trema un po', ma non ci faccio caso.
Un altro giro ai bulloni, daccapo.
Fa freddo. Non importa.
Indosso la tuta e il casco e i guanti imbottiti. Spingo l'aereo nell'angolo più sopravvento. Sono pronta? Mi siedo a sinistra, questa volta: il posto del pilota è mio. Un respiro profondo, e tiro la cordicella.
Il motore ruggisce al primo colpo e una ventata dall'elica mi investe. Tengo il piede sul freno e do un po' di gas, per farlo scaldare.
Un giro di prova con gli occhi: anemometro, contagiri, altimetro, variometro.
Un altro respiro. Dai, questa è la parte più facile. Giù la manetta. Uno due tre, mollo il freno. Lui scatta in avanti, io poca cloche a cabrare e tiro su il ruotino.
Contagiri, anemometro, variometro, altimetro. Quaranta, quarantacinque, settanta, ottantacinque... Novanta all'ora? Ma se non siamo ancora a metà pista? Lascialo andare, non tenere il braccio così duro. Molla un po' la cloche. L'aereo sale a candela. Cazzo, ma che succede? Anemometro, variometro, altimetro. Sessantacinque, cinquanta. Rimettilo giù, che vai a stallare. Ma cos'è, un otto volante? Calma. Respira. Respira. Livella. Ma perché è così nervoso? Anemometro, variometro, altimetro. Togli un po' di motore. Livella a cento metri. Calma. Sono tutta sudata. Non mi sembra il mio aereo. È schizzato su come un razzo. Madonna che spavento. Vado su e giù come una mosca morta. Stai ferma con quella mano. Tienilo a sessanta all'ora. Livella. Livella tu, cazzo! Come mai è andato su così subito? Come mai basta sfiorarlo che salta come una cavalletta? Calma. Fai un giro largo. Riprenditi. Ho le pulsazioni sul rosso. Perché sbanfi, hai fatto le scale di corsa? Sì, fai anche la spiritosa. Chi lo porta giù adesso sto robo. Se mi viene bene mi schianto a trecento metri dalla pista. Io non lo porto giù. Va bene, allora stai su. Quanta miscela abbiamo? Un'ora? Un'ora e venti?
Prima o poi devo scendere, lo so. Ma ora è meglio riprendere il controllo dei nervi. Mi devo calmare. Vado un po' dritta così, mi lascio portare. Non c'è vento, sto bassa, seguo l'autostrada così non mi perdo. Guardo la mia ombra scivolare sul paesaggio invernale, con le chiazze di neve che macchiano i campi marroni. Le cime degli alberi scorrono sotto di me, i rami appuntiti mi indicano, come dita accusatrici.
Ma chi me l'ha fatto fare? Gli hai rubato l'aereo, sei venuta qui di nascosto come una ladra, e adesso ti lamenti. Rubato è una parola grossa. È anche mio, in fondo. Ma perché quando me lo chiedeva lui ho sempre detto di no? Perché non ti sentivi pronta? Chi può dirlo.
Ecco il casello. Guardali là, tutti in coda, uno addosso all'altro. Lumaconi! Come brillicano quelle macchine. Sembrano gocce di rugiada, sembrano perline colorate tutte infilate in una collana luccicante, sembrano le biglie sulla pista di terra e sassolini nel giardino dell'asilo.
Non è che non mi sentivo pronta. È che con lui non vale. Io volevo andare. Io volevo volare da sola. Non come gli altri attaccati al guinzaglio, con lui sulla pista a guidarli via radio come pupazzi telecomandati. E invece si vede che ho sbagliato e non ero pronta. Adesso gli rompo l'aereo e mi faccio pure male. Che cretina che sono stata. Eppure ho fatto tutto come le altre volte, oramai la procedura la so a memoria. Tutto come se ci fosse stato anche lui. Ma lui non c'era. Quante volte ho compiuto quei gesti? Cento? E ora devo atterrare e non c'è nessuno a pararmi il culo là sotto. E nemmeno qui accanto. Mi basterebbe un cenno del casco, mi basterebbe la sua presenza qui vicino, per darmi coraggio. Ma invece c'è un sedile vuoto.

 

Un sedile vuoto?

Che cretina, che sono! Cretina! sono cretina. Ma che facevo mentre spiegava, con pure i disegnini? Il suo sedile è vuoto! È proprio questo che fa la differenza. Il peso. Virare, virare, tornare al campetto.

Adesso lo so. Sono pronta. Posso fare un tocca-e-va per prendere la misura. Non potrà essere uguale. Dovrò tenerne conto, dovrò tenere conto che non c'è lui con me. Come ho fatto a non pensarci? Ora mi tornano in mente le lezioni, i diagrammi colorati, le curve tracciate con il pennarello sui fogli tenuti fermi dai sassi al bordo della pista.
Ecco la cava, ancora poco e ci siamo. Anemometro, variometro, altimetro. Sarà una traiettoria più ripida, come lo è stata la salita. Mi allineo alla siepe, tolgo motore. Sessanta, cinquantacinque. Sono quasi giusta, solo che metterei le ruote sulla strada, trenta metri troppo presto. Dai tutto motore: vai via. Riprova, questa volta è quella buona. Ma piano, devo andare più piano. Fa impressione ma non stallerà.
Non ho fatto una bravata. Finché non ci sei, non sai.
Anemometro, variometro, ok. Un'ultima virata, e mi presento bella dritta. Passo sopra la strada a un metro di quota. Motore al minimo. Le ruote sfiorano l'erba. Richiamo dolcemente la cloche verso di me. Mi appoggio, solo un piccolo rimbalzo, e scende anche il ruotino. Schiaccio i freni con tutto il peso e sono ferma: ho ancora un terzo di pista davanti.

Sarebbe fiero di me.


Storico dei commenti importati dal post: Ma quando imparerai, quando?

  1. MaiMaturo il 27/02/12 alle 15:49 via WEB
    Bellissimo, pilota responsabile LDC! Anemometro, variometro, altimetro, contagiri e due soli occhi... Anche a te, dall'alto, il mondo sembra perfetto, pulito e ordinato? PS. Ricordarsi di urlare sempre "Via dall'elica"

  2. LaDonnaCamel il 27/02/12 alle 16:23 via WEB
    È fiction, è fiction... ;)

  3. amicoMM il 27/02/12 alle 19:13 via WEB
    Sulle ali della fantasia!


 

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