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Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Apparso per la prima volta su it.arti.scrivere il 10 marzo 2002, la sfida era: riuscirò a scrivere un diario adolescenziale in modo orginale e straniante?
Tu che ne dici, nuovo lettore che passi di qui senza lasciare un segno?

Edit agosto 2017

Apparso per la prima volta su it.arti.scrivere il 10 marzo 2002, la sfida era: riuscirò a scrivere un diario adolescenziale in modo orginale e straniante?
Tu che ne dici, nuovo lettore che passi di qui senza lasciare un segno?

Edit agosto 2017

Lui e me

Quando lo vidi per la prima volta eravamo al cinema, e devo ammettere che mi lasciò abbastanza sbalordita, non tanto perché non avessi previsto di imbattermi in lui: anche se non era continuamente nei miei pensieri sapevo che prima o poi sarebbe successo. Il fatto è che ero una ragazzina ignara e me lo immaginavo del tutto diverso: non mi aspettavo il pelo. Certo, a posteriori posso considerare che si trattò di vera e propria ignoranza: avevo ben quindici anni e sarebbe bastata una semplice comparazione di reciprocità per intuire l'evidente. Ma, come dicevo, non ci avevo mai pensato e i miei modelli di riferimento si basavano su osservazioni sperimentali piuttosto datate, per questo, ora lo so, completamente inattendibili.

E così, nel buio del cinema, quando sullo schermo il fidanzato di Caterinetta si alzò in piedi lasciando scivolare il lenzuolo che gli cingeva i fianchi sentii un tuffo al cuore. Al ragazzetto che mi sedeva di fianco e mi massaggiava delicatamente la mano non lasciai trapelare nulla dell'emozione che mi aveva presa: era la prima volta che uscivamo insieme, non avevo ancora confidenza, e poi non mi sembrava il caso.

L'avevo visto solo per pochi istanti e forse l'interesse che mi porto felicemente appresso da tanti anni fu originato proprio da questa breve apparizione, anche se davvero non avrei mai detto che sarebbe stato così peloso tutt'intorno.

Questo primo approccio mi pose di fronte a un fenomeno di proporzioni inattese e sentivo mio dovere tentare in ogni modo di approfondirne la conoscenza: era necessario scoprire la verità, lo dovevo fare il più presto possibile ma soprattutto era opportuno toccare con mano: non mi sarei certamente accontentata di un orientamento teoretico, essendo la mia indole più portata alla sperimentazione che all'accettazione di postulati  non accuratamente dimostrati, o almeno vissuti in prima persona.

Non mi fu difficile reperire ottimo materiale di ricerca nel ragazzetto massaggiatore di mani, ed ecco che mi imbattevo nella seconda inimmaginabile sorpresa: lui era enorme. No, mi correggo, nella fattispecie era probabilmente nella norma, ma, sempre a causa delle mie osservazioni sperimentali troppo antiche e lacunose, nelle mie proiezioni mentali me l'ero figurato come quello di un bambino di tre anni: dopo, mio fratello non s'era più lasciato guardare.

Ma allora sei de coccio, avrei dovuto dirmi da sola se all'epoca avessi conosciuto tale locuzione romana. In effetti non avevo tenuto conto della crescita proporzionata e armonica di tutte le componenti di un organismo sano.

Questa volta nemmeno la reciprocità avrebbe potuto venirmi in aiuto: anzi, il secondo pensiero che fece seguito immediatamente al primo sovrapponendovisi per urgenza e orrore e che mi indusse a lasciarmi sfuggire un gemito mentre la mia mano si ritraeva con grande spavento fu: ma questo non ci entrerà mai!

La prima visione, ancorchè vietata ai minori di quattordici anni, me lo aveva mostrato in situazione di quiete, mentre nell'osservazione sperimentale - forse a causa delle pur superficiali perlustrazioni che avevo trafficato per tutto il pomeriggio con il ragazzetto massaggiatore di mani e a questo punto di più estese regioni epiteliali di me medesima -  lui era battagliero e pronto alla pugna, nel senso latino di guerra e non altro che, allo stato dei fatti, mi era ancora vago e indistinto.

Inutili furono le rassicurazioni del ragazzetto, lusingato peraltro dall'esclamazione che non ero riuscita a trattenere: come poteva sostenere che quella cosa abnorme avrebbe potuto occupare il luogo ristrettissimo e buio che il mio dito medio riempiva completamente senza lasciar spazio per altro?

Eppure...

Dopo parecchie settimane di assiduo allenamento con applicazione costante e rigorosa dei principi suggeriti dall'istinto più che dalla ragione dovetti arrendermi all'evidenza: la compenetrazione dei solidi era possibile, anzi: auspicabile.

Ben presto però mi resi conto che uno studio scientifico non può avere fondamento di verità universale se applicato a un singolo soggetto. Avevo sì appurato che il fenomeno era ripetibile a piacere, e questo era pur sempre una prova. Ma occorreva osservare, se non la totalità degli individui, almeno un campione rappresentativo.

Non mi fu difficile trovare esemplari che si prestassero ad assecondare i miei esperimenti, anche perchè, per non inquinare il valore probatorio delle mie indagini, li tenevo all'oscuro dei miei piani di ricerca: avevo ben presto compreso che lui, se si sentiva oggetto di misurazione e soprattutto comparazione, perdeva una parte delle sue potenzialità, a volte proprio tutte.

Il mio unico problema erano i miei genitori, che osteggiavano il mio ardore scientifico con restrizioni moralistiche e bigotte, dettate dall'apparenza e dai luoghi comuni dell'epoca. Così ero costretta a portare avanti le mie indagini nella clandestinità o nell'aperta ribellione, a seconda delle circostanze. Questo non mi impediva di allargare la rappresentatività del mio campione. Analizzavo, confrontavo, misuravo dimensioni e forme, temperature, umidità relative e gradi di acidità, diametri e lungezze. Il tutto piuttosto empiricamente, non potendo, per via del divieto di comparazione, utilizzare altri strumenti che le mie mani, la mia bocca, il luogo buio e tutte le altre superfici concave che la fantasia e la mia anatomia mi mettevano a disposizione.


Commenti al Post:

illegalefancazzista il 02/12/06 alle 16:42 via WEB
ardua è la via della conoscenza...

LaDonnaCamel il 02/12/06 alle 17:07 via WEB
eh, si', hai ragione: e' un percorso duro

kolben60 il 02/12/06 alle 19:21 via WEB
cammella ??? tutta sta storia.. per uno smaneggiamento?? Scherzo.. bellissima.. Certo che ci daviiiiiiiiiiiiiiiii

kolben60 il 02/12/06 alle 20:09 via WEB
cara Cammella te ne racconto una mia breve.. ma vera.. 1980, insieme a due amici carissimi decidiamo di fare il giro dei castelli della Loira.. Avevamo un piccolissimo camper ed una tenda. Matti, carini e imprevedibili (grazie anche all'uso smisurato di erba), arriviamo una sera in un camping sotto il castello di AMBOISE dove e' sepolto Leonardo da Vinci (mio lontano parente) "dans ces lieux reposent le reste de Leonard da Vinci" scrivono. (in questi luoghi riposano i resti, in quanto il castello fu bombardato e la tomba distrutta.) . Ma veniamo al campeggio. Arriviamo verso sera , ancora non era buio, Gianni nel vialetto verso la piazzola investe una ragazza in bicicletta, nulla di grave , prima vittima di Gianni,la poveretta oltre ad essere caduta ,non immaginava neppure quello che sarebbe stato il fascino intelletualoide del grande pazzo.(oggi sindaco in una citta).Io e Gabriele naturalmente invidiosi, Gianni aveva gia' rimorchiato, record dopo appena 8 minuti che eravamo in campeggio. E noi? Intanto sistemiamo il Camper , mentre il paraculo di Gianni si occupava della poveretta investita. "ragazzi io vado a mangiare con lei al ristorante.. sapete non si sente troppo bene! Sguardo da porco... Voi montate tutto.. ci vediamo dopo... (mai piu' visto per un giorno e mezzo). Gabriele pasa alla guida del camper ed inizia a parcheggiare…Come vicini avevamo un camper portoghese. L’uomo gentilissimo aiutava dando indicazioni a Gabriele….. Non l’avesse mai fatto. Retro marcia da brivido risultato: porta bici e fanale del Camper portoghese distrutti. Gabriele incazzato come una iena mette la prima va avanti risultato: abbattuta una tenda di genovesi. Al limite di una crisi isterica nuova retro e anche l’altro fanale del camper distrutto. Al che l’uomo portoghese , allibito, ammutolito, esterefatto..ma sempre gentilisimo ,dice in italiano maccheronico: “Segnore, puede andar un metro piu’ avanti?” - ancora mi domando il perche’ di questa richiesta. Ma il dramma della famiglia portoghese non e’ ancora finito. Parcheggiato il Camper (una tenda , due fanali ed un porta biciclette distrutti) , e’ il momento di montare la tenda. “Gabriele tu stai bono che sei nervoso… faccio io”- gli dico. “se , se Carlo fai tu che altrimenti spiano il camping”.. (quando parlava cosi era molto pericoloso). Inizio a montare tenda.. Tutto perfetto sino al momento di mettere i picchetti. -” Gabriele passami il martello grande quello nuovo” arriva il martello, prima martellata tutto regolare, seconda martellata ( la nostra fortuna divina ci assiste) Si sgancia il ferro dal legno , passa a 10 centimetri dalla testa del nostro amico portoghese e si conficca nella fiancata del camper del suo amico ( un buco di 20 cm). Io immobile con il legno del martello in mano.. muto, il portoghese che guardava il buco… muto, l’amico del portoghese che bestemmiava in dialetto, Gabriele piegato in due dal ridere con una canna in mano.. Ma ecco l’imprevedibile…. Escono dal camper bucato due ragazze stupende , le figlie del bestemmiatore, NON HANNO AVUTO SCAMPO…AMORE A PRIMA VISTA… Un bacio KOLBEN

Anonimo il 02/12/06 alle 23:24 via WEB
Cammella... sono allibitoooo

LaDonnaCamel il 02/12/06 alle 23:28 via WEB
e io sono deficiente :( scusa

 

Seconda parte: le proiezioni

Cominciai a tenere un diario.
A questo scopo m’ero comprata un grande quaderno ad anelli con una serie di divisori colorati, a ciascun soggetto avrei dedicato una sezione: avrei applicato alla missione tutta l’efficienza e la precisione analitica di cui ero capace.

Ero convinta che la fine dell’anno scolastico mi avrebbe restituito parte dell’auspicata libertà di movimento che mi era irrinunciabile e di conseguenza, speravo, una grande messe di ulteriori elementi d’indagine. Le sezioni diligentemente compilate non erano ancora molte, assolutamente insufficienti, secondo il mio progetto, a delineare un quadro esauriente del problema: era necessario esplorare, raccogliere e catalogare molto più materiale. Ma i custodi della mia virtù non erano dello stesso avviso e decisero, contro la mia volontà, di spedirmi immediatamente in montagna dalla nonna, la quale in fatto passatempi adeguati a una giovane nel pieno dello sviluppo ormonale era, se mai fosse stato possibile, ancora più severa dei miei carcerieri abituali: il massimo della franchigia consisteva nell’andare a mangiare il gelato dalle nove alle nove e trenta, per il resto si trattava di sottoporsi a salubri passeggiate nei boschetti prospicenti la baita, la qual cosa avrebbe anche potuto avere qualche attrattiva se fosse stata compiuta con altra compagnia che non contemplasse esclusivamente lei stessa e le sue amiche ottuagenarie.

Dopo due settimane di permanenza non avevo conosciuto ancora nessun individuo dell’altro sesso che fosse d’età inferiore ai cinquant’anni e superiore ai dieci e il protrarsi di questa situazione abbatteva il mio stato psicofisico fino a farmi rasentare l’apatia. Passavo le giornate sul letto sfogliando riviste e covavo nel mio intimo impraticabili propositi di fuga. La nonna non mi mollava nemmeno per andare a fare la spesa, con la scusa che la mia compagnia, per quanto taciturna e uggiosa, la ripagava di tutti i mesi di solitudine invernale ai quali non s’era mai potuta abituare dalla morte del marito.

La mia salvezza giunse inaspettata sotto le sembianze di una mia cugina che era venuta con un’amica a passare qualche giorno in montagna con noi. Il caso volle che la modesta residenza della nonna non potesse contenere queste due ulteriori ospiti, che avrebbero alloggiato in una loro tenda canadese montata nel vicino campeggio, appoggiandosi alla nonna comune per i pasti e altre comodità di cui la mediocre struttura turistica era carente.

La tenda si rivelò essere a tre posti, l’amica simpatica e la cugina quel tanto più grande di me da fornire alla nonna le credenziali di affidabilità e soprattutto, moralità necessarie e sufficienti alla realizzazione del mio piano: chiesi, supplicai, scongiurai e strepitai tanto che alla fine mi fu concesso di unirmi alle ragazze, quantomeno per il riposo notturno.

Non conoscevo bene mia cugina e non avevo mai visto la sua amica: le due ragazze tentarono qualche obiezione alla mia invasione del loro ristrettissimo rifugio e fu molto probabilmente grazie a questa resistenza che ottenni l’agognato permesso, essendo spesso negli adulti radicata la convinzione che in caso di complicità è sempre meglio negare che concedere troppo sollecitate autorizzazioni.

Quando fummo sole nella penombra della tenda estrassi dallo zaino il quaderno ad anelli: spiegai alle mie coinquiline che ero tremendamente in arretrato con la raccolta dei dati e mostrai loro tutte le pagine bianche che mi rimanevano da riempire. Entrambe diedero prova di un interesse esuberante e sincero per i miei appunti e vollero che illustrassi ogni dettaglio relativo agli schemi che avevo abbozzato piuttosto sinteticamente, domandando chiarimenti e particolari su ogni atto o circostanza descritta. Io accontentavo volentieri la loro sete di sapere, ero molto orgogliosa dell’importanza che mi stavano dando: non mi capitava spesso di trovare persone più grandi che mi stessero ad ascoltare così volentieri. Spegnemmo le torce che era molto tardi, il campeggio era silenzioso e solo qualche grillo si faceva sentire, in lontananza. Nonostante il buio pesto, nessuna delle tre riusciva a dormire: io mi giravo e rigiravo nel sacco a pelo e sentivo parecchio movimento anche al mio fianco.

Eravamo ancora sveglie quando una luce improvvisa e abbagliante inondò la tenda e dentro questa luce un’ombra nitida e nera. Aveva una forma stretta e allungata con i bordi leggermente corrugati e l’apice tondeggiante e appena un poco più esteso dell’asta che lo sollevava. Occupava tutta la parete della tenda, disegnandosi nettamente come se una sagoma fosse tenuta davanti a una lampada che proiettava la luce verso la nostra tenda. Dopo un attimo di sgomento indovinammo quale potesse essere il punto di partenza di quel profilo: soffocando il riso aprimmo la cerniera della tenda per vedere a chi appartenesse l’originale in tre dimensioni utilizzato per questa rappresentazione. Immediatamente la luce si spense e il breve tempo che ci fu necessario per uscire gli bastò per darsi alla fuga.

Passammo il resto della notte a far congetture.

La mattina dopo, non ostante gli occhi gonfi per l’insonnia e la schiena dolorante per la scomodità del giaciglio cercammo di trattenerci il più a lungo possibile nel campeggio, che sapevamo popolato in prevalenza da comitive di giovani amanti della montagna, per avviare un’indagine sulla breve apparizione notturna, ma purtroppo all’ora del nostro risveglio erano quasi tutti partiti per escursioni nelle valli che circondavano il paese. Sperammo in una replica dello spettacolo per rimandare alla notte stessa lo svelamento del mistero e ci ripromettemmo, in caso, di essere più accorte e veloci in modo da cogliere il proiezionista sul fatto.

Quella sera ci coricammo molto presto e restammo in trepida attesa: evitammo di chiudere la cerniera lampo della tenda per non mettere in guardia il colpevole con il caratteristico rumore e ci preparammo a una rapidissima e silenziosa uscita. Ma quando la luce e poi la relativa ombra finalmente si mostrarono, tutti i nostri propositi di cautela vennero meno e nel tentativo di precipitarci fuori tutte e tre contemporaneamente ci impicciammo l’un l’altra, provocando sufficiente trambusto da far volatilizzare l’oggetto della nostra curiosità prima di poterne scorgere financo la sagoma.

E così fu per le notti successive: per quanto rapide e silenziose riuscivamo a essere, tanto più rapida e intangibile si rendeva la nostra puntualissima preda. Era per noi diventata una questione di principio, tanto che passavamo le giornate e le notti a discutere di strategie e piani d’azione e complicatissimi stratagemmi che inesorabimente fallivano per qualche imprevisto contrattempo.
Bisogna anche ammettere che l’idea di un segreto ammiratore che sfidava la notte per venire a farci visita era molto affascinante: come un moderno Zorro sguainava la sua spada per noi senza svelare il suo volto. Chi avrebbe potuto resistere alla curiosità? In questo modo, chiuse in tenda o chiuse in casa a discutere tra noi non eravamo riuscite a fare nessuna nuova amicizia, scansavamo gite e passeggiate e dal nostro colorito pallido e stanco non si sarebbe detto che eravamo in vacanza.
Perfino la trovata di fissare negli occhi tutti i ragazzi che incontravamo nei vialetti dell’accampamento per scorgere un tremito o un’incertezza che li potesse tradire si rivelò poco efficace: tutti quanti senza eccezione ammiccavano divertiti ai nostri sguardi e cercavano di attaccare bottone. Ma in quel momento non ci interessava piu: una volta scartati per la disinvoltura che dimostravano, segno inequivocabile di innocenza, li snobbavano con dignitosa compostezza.

Le vacanze di mia cugina stavano per terminare e, giunta l’ultima sera, avevamo ottenuto dalla nonna il permesso di cenare in pizzeria. La circostanza, che offriva il massimo della mondanità pensabile in quei luoghi, ci aveva fatto dimenticare per qualche ora la nostra fissazione e a quel punto ci eravamo arrese al principio di realtà. Già pensavamo al nostro ritorno e agli amici di scuola quando, inattesa e ormai insperata, l’idea decisiva si prospettò con tutta la sua risolutoria semplicità: avremmo finto di entrare in tenda come al solito e poi, al momento di spegnere le torce saremmo sgaiattolate fuori, nascondendoci nei pressi in modo da sorprendere alle spalle il nostro uomo.

Trattenendo risolini di eccitazione mettemmo in pratica il piano con notevole anticipo sull’orario abituale delle incursioni, in modo da avere la certezza di non essere viste e raggiungemmo i nostri posti di osservazione strisciando nel buio più completo di una notte senza luna. Ci eravamo nascoste dentro cespugli di pitosforo ai vertici di un triangolo più o meno equilatero di cui la tenda occupava il centro, da qualunque parte fosse arrivato lo avremmo sorpreso non appena avesse acceso la lampada. La notte era fresca e umida, avevamo dovuto coprirci con parecchi strati di indumenti, eravamo tutte agitate e pronte alla muta attesa, pregustando con l’immaginazione il momento in cui avremmo smascherato il temerario, di cui ognuna delle tre aveva tracciato un ipotetico contorno nella fantasia. Non sapevamo se sarebbe stato giovane o anziano, alto o basso, biondo o bruno ma avevamo imparato a conoscere molto bene un particolare della sua anatomia e tanto bastava a renderlo interessante ai nostri occhi. Non avevamo nemmeno previsto con precisione quello che gli avremmo fatto nel momento in cui fosse stato inchiodato alle sue responsabilità: di certo l’avremmo circondato per bloccarlo, il resto sarebbe venuto da sè.
Man mano che i battiti dei nostri cuori si acquietavano e il nostro respiro riprendeva un ritmo più regolare il silenzio forzato si convertiva in noia e la noia in ciondolante sonnolenza. Era necessario resistere, ormai la soluzione era a portata di mano, non si poteva cedere così vicine alla meta a costo di tenere le palpebre aperte con le dita per tutto il tempo necessario o praticarci neurotonici pizzicotti sulle guance.

Il tempo gocciolava lentamente scandito dai grilli lontani.

Vegliammo tutta la notte. Quando il primo livido chiarore ci rese visibili attraverso le fronde dei nostri nascondigli prendemmo atto della verità: il proiezionista non si sarebbbe più presentato.

Ancora oggi, dopo tanti anni e tante sagome disvelate, ogni tanto ripenso alla beata ingenuità di quelle notti d’estate e mi piacerebbe non sapere nulla per poter ricominciare a imparare. Ora sono una donna e conosco abbastanza bene l’intervallo in cui collocare forme, temperature e umidità relative. Ho imparato a far funzionare il meccanismo in tutte le circostanze, ho preso un master con lode alla Bocconi e ripetute attestazioni di stima da eminenti studiosi, praticanti per diletto o semplici curiosi.
E però, lo confesso, ogni volta che mi avvicino a un nuovo caso (o coso) è sempre una bella sopresa.

(Se trovo il seguito, che avevo scritto quando andavo ai laboratori di Paolo Cognetti, lo pubblico per la prima volta qui: promesso)


Commenti al Post:

Midnight_Shadow il 03/12/06 alle 19:51 via WEB
È bello avere gli amici che ti fanno ridere nel momento del bisogno. Grazie, sciura Camèl :)

LaDonnaCamel il 03/12/06 alle 20:01 via WEB
siam qui apposta! :*)

illegalefancazzista il 04/12/06 alle 17:42 via WEB
è proprio vero... investiamo troppo in ricerca ;)

LaDonnaCamel il 04/12/06 alle 20:03 via WEB
mio caro (perchè ora sei mio eheh;) investire è il mio hobby!

Anonimo il 04/12/06 alle 21:24 via WEB
ah quindi non era sbadataggine quando hai tirato sotto la vecchietta!!! (M_S)

LaDonnaCamel il 04/12/06 alle 21:45 via WEB
certo che no, anche se sono pochi punti fanno sempre capitale

 

 

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