testata camel

Il diario intimo della Donna Camèl con l'accento sulla el

Il blog della Donna Camèl è nato alla fine dell'estate del 2006, poco dopo l'apice del massimo splendore ma molto prima del declino dei blog in quanto moda.
È stato sempre su una piattaforma gratuita che negli anni ha cambiato nome e proprietari: ci sono capitata per una serie di circostanze fortuite e perché tutti i miei amici erano già lì, poi loro sono andati via tutti e io sono rimasta, irriducibile, a parlare di scrittura creativa, a proporre esercizi e racconti. Ci ho pubblicato pure un romanzo a puntate, un momento impagabile di intimità con i miei lettori.
Infine mi sono decisa a traslocare anch'io, lo porto qui a casa mia, se non tutto tutto la maggior parte: l'archivio. Non so quanto ci metterò, son più di 1000 articoli e li sposto con cura uno a uno, ma ho pazienza e la voglia di lavorare non mi manca: comincio oggi che è un lunedì ed è il 24 luglio 2017.

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Mio padre ha sempre pescato. Da quando la mia memoria può dare un senso al passato, canne da pesca, cestini puzzolenti, pesciolini vivi natanti nel bidet di casa hanno fatto parte degli accessori di cui era corredato papà.
Ci sono vecchie foto di famiglia in cui si vede papà che confronta il Dedo con un grosso pesce, tenendolo per coda (il pesce, non mio fratello).
Comunque era più alto il bambino.

Certe volte mi portava con sè in quel negozio di caccia e pesca che c'era in via Borsieri, la Biunda. Questo perché la proprietaria era ben fornita di davanzale, anche se il colore dei capelli forse non aveva niente a che fare. Ma a Milano si dice così, se una donna è prosperosa o anche solo un po' vistosa. Ehi, biunda...
Nel negozio della Biunda c'erano dei quadretti, tutti uguali, ognuno con la sua brava cornice di legno. Erano messi in fila uno sotto l'altro ma l'ordine non era casuale. Erano le pinne dei temoli. La più grande in alto e così via. Sotto ogni pinna c'era una targhetta metallica con il nome del pescatore, la lunghezza dell'animale e il peso.
Quella di mio padre era la terzultima, ma ogni volta che andavamo lì, mentre lui ordinava i vermi o i cagnotti che gli servivano per il giorno dopo, io stavo ad ammirare la pinna di mio padre. Leggevo e rileggevo il nome, confrontavo la nostra con le altre, invidiavo quelle belle grosse che stavano al primo o al secondo posto.
Papà mi aveva spiegato che prendere un temolo è sempre una bella soddisfazione, anche se non è il più grande di tutti, perché è un pesce difficile e raro. Ma io mi immaginavo come doveva essere fiera la figlia della pinna numero uno. Non che non fossi fiera anche io, ci mancherebbe. Però, terzultimo, via....
Quando ero più piccola una volta mi aveva portata in Vespa all'Idroscalo.
Una puntatina veloce, saremmo tornati a casa prima di pranzo. Lui pescava le alborelle con la canna fissa e io provavo ad avvicinarmi alla riva più che potevo. Non mi avevano nemmeno messo le scarpe, non so perché calzavo delle ciabattine di pelle rossa. A furia di avvicinarmi all'acqua, sullo scivolo scosceso di cemento, è andata a finire che ho messo un piede dentro.
Allora papà mi ha sgridata, ma non tanto. Papà non sapeva sgridare, mica come la nonna.
Al ritorno mi ha fatto stare dietro. Io adoravo stare dietro, abbracciata alla sua schiena come i grandi, ma di solito dovevo stare in piedi davanti a lui con le mani attaccate al manubrio. Se era un percorso breve, come andare all'asilo, poteva anche andare, ma fino all'Idroscalo era lontano, mi stancavo di stare in piedi.
Il parabrezza l'aveva messo apposta per accompagnarmi all'asilo e c'era anche un piccolo tettuccio azzurro per quando pioveva. Peccato che un giorno la nonna è venuta a prendermi in taxi e ha decretato che puzzavo di caprone. Così mi ha portata a casa sua e non ci sono più andata, all'asilo. Invece a me piaceva, mi piacevano i bambini e quelle belle seggioline piccole, che quando mi ci sedevo toccavo terra con i piedi. Mi piaceva perfino il mangiare. Una volta la mamma mi aveva fatto la sorpresa di cucinarmi il passato di verdura con dentro i ditalini, proprio come si mangiava all'asilo.
Ma torniamo ai pesci. Quando andavamo al mare papà noleggiava un pattino, che in Liguria si chiama moscone, e mi portava a pescare vicino agli scogli. Come esca usavamo delle conchiglie rotte o i vermi. Prendevamo un pezzettino di verme e lo infilavamo sull'amo della lenza, senza canna e senza galleggiante, solo con i piombini. Tenevamo il filo in mano, appena sentivamo mangiare dovevamo tirare delicatamente. Papà mi diceva "Fai piano, aspetta, se no scappano" ma io facevo a modo mio: davo un bello strattone e via. È vero che a volte li beccavo nell'occhio o nella branchia, ma alla sera ne avevo presi sempre un bel po' più di lui e per questo lo scherzavo sempre ma lui non se la prendeva. Io li contavo man mano e gli dicevo: " Io otto, e tu?" Ed erano quasi le uniche parole che ci scambiavamo: i pescatori sono silenziosi se no i pesci scappano.
Poi li davamo ai gatti, nella terrazza-giardinetto della casa, perché erano dei pesciacci rossi e brutti che non erano buoni da mangiare. Mia sorella cercava di approfittare per accarezzare i gatti, ma quelli erano velocissimi, prendevano il pesce in bocca e correvano via.
Quando andavamo in montagna non mi faceva pescare con lui. C'era un lago e mettevano tante canne in fila con sopra un campanellino. Quando suonava, correva lì e recuperava con il mulinello. Poi uno degli amici prendeva il guadino, che è una specie di reticella come quelle per le farfalle, e all'ultimo momento la metteva sotto la trota perché con il suo peso non rompesse il filo.
Però noi bambini partecipavamo alla ricerca dei vermi. Si spostavano quei grossi tronchi abbandonati ai limiti del bosco e sotto c'era la terra umida e molti vermi rossi e grassi. Li mettevamo in una specie di secchiello di plastica giallo con il coperchio bucherellato, insieme a un po' di terra nera.
Qualche volta andavamo a caccia di cavallette in un grande prato. Papà ce le pagava un tanto l'una. Avevamo una scatolina di alluminio rotonda come quelle della cipria ma un po' più spessa, con sopra una reticella metallica. Il coperchio ruotava, lasciando apparire un buchetto. Il più delle volte, mentre cercavamo di infilare dentro una cavalletta appena presa, ne scappavano fuori due o tre, comunque di tempo ne avevamo e alla fine venti o trenta ne riuscivamo a catturare.
Mi sono sempre domandata come mai portasse me, a pesca, e non mio fratello. Forse solo perché quando ci andavamo era troppo piccolo e poi a un certo punto ha smesso di portare anche me. Mia sorella non ci sarebbe andata comunque perché era schifiltosa e non avrebbe mai toccato i vermi o anche solo i pesci.
Chissà se dove è adesso lo fanno pescare. Forse no, forse ci si dimentica di tutto quanto e le cose non hanno più nessuna importanza. Se chi dorme non piglia pesci, figuriamoci chi muore.

 

 

a pesca con papa

Commenti al Post: A pesca con papà


quelluomo il 27/04/07 alle 22:06 via WEB
eh che cose! buonanotte amica camel!

LaDonnaCamel il 28/04/07 alle 11:21 via WEB
ah, davvero! buongiorno amico topo!

bartelio il 02/05/07 alle 08:40 via WEB
ah, quanto mi piacerebbe scrivere un racconto in cui uno dei personaggi è un pescatore. quante cose ci hai messo dentro, bellillo, mi piace. :)

LaDonnaCamel il 02/05/07 alle 10:39 via WEB
se vuoi ti porto a pescare, ho ancora tante canne ;)

Anonimo il 02/05/07 alle 17:09 via WEB
io io io!!! (M_S)

LaDonnaCamel il 02/05/07 alle 22:04 via WEB
LOL :)

 

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